CIANCIANA.INFO - Il portale su Cianciana by Paolo Sanzeri -Storia, Cultura, Architettura, Turismo, Cronaca ed altro - La civiltà dello zolfo a Cianciana: -La Sicilia e lo zolfo.

 

 

 

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La civiltà dello zolfo a Cianciana: -La Sicilia e lo zolfo. PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Albanese   

Sample Image La Sicilia delle zolfare e dello zolfo, dal punto di vista poetico, è già bella e delineata dal ciancianese Alessio Di Giovanni in alcuni dei suoi versi più significativi tratti dalle “ Voci del Feudo ”:

“ E vennu a la matina…li viditi?

Parinu di li morti accumpagnati!

Vistuti scuri ca li cunfunniti

‘Mmezzu lu scuru di li vaddunati” [1].

 

Il poeta ha, certamente, colto alcune immagini di impressionante evidenza e di crudo realismo così come sfilavano davanti ai suoi occhi nella casa paterna, ma, certamente, riusciva anche a cogliere il segno epico di questa lotta giornaliera contro la fame, la malaria, la fatica disumana, in un’epoca da tempo storicamente conclusa, tuttavia, testimonianza vitale di una fase storica durissima della Sicilia.

E allora trova vigore la riflessione quale scaturisce da questa parola “Storia” ,ricostruzione, cioè, di una realtà che si imperniava sostanzialmente sul rapporto proprietario-gabelloto-zolfataro quale si delineava nella Sicilia tra ‘700 e ‘800 e tenendo conto del fatto che le escavazioni solfifere risalgono al XII sec., così come annota M. Amari nella sua “Storia dei Musulmani in Sicilia” per poi progredire via via nel tempo fino al sec. XVIII quando incominciò il vero sviluppo dell’industria dello zolfo, favorito dalle guerre napoleoniche nelle quali si ebbe un gran consumo di polvere pirica.

Lo Stato, infatti, in quegli anni cominciò ad esigere la decima di quel prodotto e nel 1808 il Re emanò un decreto con il quale si stabiliva un pagamento di once 10 nel momento in cui si chiedeva il permesso di aprire una nuova miniera, tassa detta del << diritto di aperiatur>>.

La produzione solfifera continuò con alterne vicende di abbattimento e di rinascita per tutto l’800: all’eccesso di produzione che portò ad una discesa del prezzo dello zolfo a Lire 66 e nel 1895 a Lire 55 la tonnellata, corrispose l’intervento di una società anglo-sicula la quale si obbligò a comprare tutto lo zolfo siciliano per 5 anni, assicurando ai produttori un prezzo fisso stabilito a Lire 80 per tonnellata. Uno dei patti fondamentali del contratto fra la società e i produttori consisteva nella possibilità di limitare la produzione qualora le condizioni del mercato lo esigessero. Tuttavia non tutti gli esercenti o gabellotti aderirono a questa specie di patto di solidarietà socio-economica così che gli esercenti liberi da ogni impegno costituivano per la società anglo-sicula un pericoloso deterrente. Infatti, sebbene il prezzo dello zolfo si fosse mantenuto sempre ad una media di Lire 94, 95, alla scadenza del contratto la società non pensò di rinnovarlo, finchè il 28 giugno del 1906 venne presentato alla Camera dei deputati un progetto di legge per l’istituzione di un consorzio obbligatorio fra proprietari ed esercenti di miniera. La storia dell’industria solfifera entrava così in una fase che affidava la direzione dei lavori a direttori tecnici, ai quali risaliva la responsabilità della produzione; i picconieri venivano pagati a cottimo che diventerà, però, fonte continua di conflitti tra padroni ed operai, perché un’intensità di lavoro consuma la forza mentale e fisica.

Tuttavia esso divenne un uso codificato, essendo preferito dai picconieri perché potevano guadagnare di più che lavorando a giornata, assumevano anche rischi minori e consegnavano zolfo fuso per un tanto a cantaro. Scrive Travaglia [2] che difende il lavoro a cottimo: << Il solfaraio ha i suoi usi e vuole seguirli: egli vuole lavorare a cottimo e a misura di minerale escavato e non a granata>>, anche perché difficilmente un operaio debole sceglierebbe di lavorare in miniera.

Nel cottimo, l’esercente paga al picconiere cottimista un tanto per unità di misura di materiale grosso estirpato e trasportato esternamente a spalla dai “carusi ” che vengono pagati in ragione del numero dei viaggi eseguiti dall’interno all’esterno della miniera.

Il contratto di lavoro a cottimo in sè buono andava incontro a seri inconvenienti che potevano costituire una vera forma di sfruttamento economico. Avveniva, infatti, che il picconiere cottimista possedendo un certo capitale, arruolasse altri picconieri giornatari che appunto venivano retribuiti a giornata, qualunque fosse la quantità del minerale estratto. Quando il cottimista non era uno solfaraio ma un “signorotto” che preferiva trattenersi in paese affidando ad altri operai in cottimo ciò che egli stesso aveva ottenuto con lo stesso contratto era inevitabile che diventasse un vorace sfruttatore che stabiliva, fra sé e gli operai, intermediari portati, a loro volta, a sfruttare e a vessare.

Nella relazione che accompagna il disegno di legge presentato dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio al Feudo del Regno nella seduta del 28 dicembre 1906 sul “contratto di lavoro nelle zolfare della Sicilia” a pag. 5 si può leggere:<< I picconieri amano rifarsi abusivamente sugli operai che hanno alla loro dipendenza. Già si trovano dei casi in cui l’operaio che di fronte all’esercente figura come cottimista, non lavora punto e tuttavia partecipa alla ripartizione della mercede, come lavorante, rispetto ai picconieri ai quali ha procurato il lavoro e ai carusi rispettivi>>.

Questa forma di subappalto, dunque, riduceva l’operaio ad una condizione di vita miserabile, lo costringeva ad un lavoro eccessivo, faticoso, con un salario inadeguato e come dice Alessio Di Giovanni “gridannu, gastimannu a la canina ca lu stessu Signuri l’abbannuna[3].

E infine tra i poveri cristi della zolfara non si può non citare i carusi che costituivano la spina dorsale della zolfara perché si incaricavano di trasportare all’esterno lo zolfo estratto.

 All’ ora in cui gli zolfatai si accingono al lavoro, i carusi si riuniscono con il loro picconiere rispettivo e insieme si avviano alla zolfara.

Qui comincia la loro “Via Crucis” con cuscino sulle spalle dove giace il carico di zolfo, una lampada ad acetilene che ogni caruso porta appesa alla correggia del cuscino affidato alla fronte. Su e giù, su e giù, attraverso cunicoli resi sdrucciolevoli dall’acqua che gocciola, piegati dalla fatica e piagati dal gran peso, ansimanti, macilenti, sudati e sporchi.

Scinninu a la pirrera cu li luma

Mmanu...

Scinninu nudi, mmezzu li lurdura

Di li scalazzi nfunnu allavancati

E comu a la pirrera  s’accustuma

Vannu priannu: Gesuzzu pietati

.[4] Una vasta letteratura esiste sui “carusi” spesso romanticamente interessata a cogliere gli aspetti disumani di una vita molto breve, vissuta fra maltrattamenti, sodomizzazioni, sfruttamenti retribuiti con pochi centesimi.

Il caruso veniva letteralmente comprato dal picconiere, diveniva suo schiavo e, pur essendo un anello della catena di produzione della miniera importante, diveniva l’anello più debole, ceduto dalla famiglia attraverso il cosiddetto” soccorso morto”, per un anticipo in denaro su quanto il bambino avrebbe potuto guadagnare.

Scrive Vittorio Savorini [5] che insieme al Prefetto di Girgenti, senatore Tamaio, fece un’inchiesta nel 1880 sui lavoratori delle zolfare che i medici << sono chiamati molte volte a curare non solo i guasti recati al corpo dei fanciulli dall’enorme peso dello zolfo, ma anche le ferite, i lividi, le contusioni fatte ai carusi dai picconieri per indurli a caricarsi sulle spalle pesi sproporzionati alle loro forze>>.

Il salario ricavato dai carusi era molto scarso e variava da Lire 1 a Lire 2 al giorno che, durante la I° guerra mondiale, aumentò di poco per la scarsezza della mano d’opera ma rimanendo sempre un salario di fame rispetto a quelli degli altri operai. Inoltre il caruso riceveva al momento della stipula del suo contratto un “ anticipo morto”, una somma di denaro, cioè, variante dalle 50 alle 200 di cui poteva disporre senza pagare gli interessi.

Tuttavia questa spettanza che sembrerebbe vantaggiosa per i carusi in realtà si trasformava in un boomerang: non bastando per vivere il salario di fame che veniva a loro corrisposto, spesso la famiglia attingeva a questo peculio iniziale fino ad esaurirlo del tutto e quando il caruso voleva abbandonare il suo duro lavoro per un altro più lieve si trovava nell’impossibilità di farlo perché non riusciva a racimolare la somma del riscatto. Con il tempo , la legge del 1907 che portò a 15 anni l’età minima dei fanciulli che lavoravano nelle miniere ,fece diminuire il numero dei carusi e i picconieri dovettero stentare per averne e, quindi, quando li avevano dovevano trattarli bene per non perderli. Un progetto di legge sul contratto di lavoro nelle miniere, presentato dal ministro Nitti alla Camera dei Deputati nella seduta del 12 febbraio 1914 e, non approvato, conteneva delle disposizioni relative al “soccorso morto”, dove tra l’altro si leggeva << gli intraprenditori e i picconieri non hanno azione per il recupero delle anticipazioni fatte a titolo di soccorso morto agli ausiliari ( carusi ) o ai loro legittimi rappresentanti>>. Il problema, dunque, anche se non risolto, venne alla ribalta e costituì per allora una presa di coscienza atta ad alimentare un interesse sempre crescente attorno alle problematiche legate all’esistenza dei carusi i quali avrebbero continuato nelle loro precarie condizioni, finchè vi fossero state zolfare senza impianti meccanici.

Negli anni del secondo dopoguerra, però, visto che la guerra aveva inflitto colpi gravissimi all’industria solfifera e lo zolfo americano faceva una devastante concorrenza  a quello siciliano, il governo affidò all’Ente zolfi italiano il compito di erogare contributi affinché i lavoratori non restassero disoccupati. Per tutto l’arco degli anni ’50 si cercò di non chiudere le miniere antieconomiche, ma negli anni ’60, continuando a regredire la produzione del minerale, ci si avviò lentamente all’estinzione dell’esercizio delle miniere. E così la legge n° 34 del 1988 sancì la chiusura definitiva delle ultime miniere di zolfo e si chiuse, definitivamente, la questione solfifera che si era trascinata, stancamente, per decenni, chiudendo anche in questo modo, un capitolo di storia economica della Sicilia.

La civiltà dello zolfo a Cianciana. Tesi di laurea di: Salvatore Albanese. Anno accademico 2002-2003



[1] Alessio di Giovanni: “Sunetti di la Surfara” in VOCI DEL FEUDO Ediz. Sandron 1938 –pag.-89

 [2] R.Travaglia: “I giacimenti di solfo in Sicilia e la loro lavorazione” Padova Premiata tipografia Edit. Sachetto 1889 pag.61

[3] Alessio Di Giovanni: OP.CIT: Pag. 90

[4] Alessio di Giovanni: OP. CIT. Pag.90

[5] V.Savorini: “Condizioni economiche e morali dei lavoratori nelle miniere di zolfo” Girgenti 1881 Pag.17

 
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