CIANCIANA.INFO - Il portale su Cianciana by Paolo Sanzeri -Storia, Cultura, Architettura, Turismo, Cronaca ed altro - La civiltà dello zolfo a Cianciana: Sicilia: Zolfo e Mafia.

 

 

 

Home arrow Miniere di Zolfo arrow La civiltà dello zolfo a Cianciana: Sicilia: Zolfo e Mafia.
Advertisement

Libro: Sant'Antonino di Cianciana, storia di una città di nuova fondazione

Advertisement
Advertisement
Advertisement

Webcam Cianciana

Advertisement
Advertisement
Advertisement

Cerca

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement

Per l'acqua pubblica

Per l'acqua pubblica
Radio
Radio Capital
Radio Deejay

Immagine casuale

__logo.jpg

Articoli in lingua inglese

Advertisement

Articoli in lingua russa

Advertisement

Mappa interattiva

Advertisement

Festa di San Giuseppe

Advertisement

carta turistica informativa

Advertisement
La civiltà dello zolfo a Cianciana: Sicilia: Zolfo e Mafia. PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Albanese   

Sample Image Ma quali erano state le vie dello zolfo, ci si può chiedere a questo punto, in un contesto così particolare come quello siciliano in cui anche la mafia aveva cominciato a esercitare la sua influenza nefasta?

 Quali itinerari, noi oggi, possiamo percorrere per impadronirci del nostro passato, per farne oggetto di meditazione e di discussione? Per quasi duecento anni le miniere di zolfo hanno segnato l’economia e lo sviluppo dell’isola soprattutto nell’altopiano gessoso solfifero che si estende fra le province di Caltanissetta, Agrigento, Enna.

Iniziando un ipotetico itinerario e volendo conoscere più da vicino questo mondo di dolore e di lotta, potremmo iniziare dal territorio nisseno e partendo da Racalmuto e giungendo alla miniera di Cozzo Disi, situata tra Casteltermini (AG) e Campofranco (CL), fatica, sudore, lotte, amarezze, ci vengono magicamente incontro e,  attraverso i cuniculi o le gallerie oramai dismesse, ci parlano con un silenzio eloquente, di storie di vita e di morte.

Presso Racalmuto si trovano invece le miniere dell’ Italioli e dell’ Ispea e quella di zolfo di Gibellini. Attraversando il territorio di Montedoro e Serradifalco ci si imbatte nella miniera Bosco anch’essa di salgemma che ha lasciato come traccia perenne di sé una bianca collina di sale che brilla e luccica sotto i raggi del sole e talvolta abbacina gli occhi. Superando San Cataldo e Caltanissetta si possono visitare le miniere di Gessolmago e Trabonella, importante quest’ultima perché negli anni ’30 fu dotata di un impianto di teleferica che trasportava lo zolfo dalla miniera allo scalo ferroviario di Imera. Proseguendo in direzione di Enna si può costeggiare la miniera di Pasquasia, nota anche per le polemiche sorte a causa di una presunta collocazione di scorie radiottive lì nascoste dopo la chiusura della miniera stessa. Subito dopo Enna nell’ampio bacino solfifero che comprende Grottacalda, Floristella, Pietrogrossa e Gallizzi caratterizzato da una longeva produzione e dal superamento dei tradizionali metodi estrattivi attraverso l’impiego di nuove tecnologie industriali.

Da Caltanissetta si può raggiungere la miniera Trabia-Tallarita divisa in due dal corso del fiume Salso e la cui attività notevole negli anni a partire dal 1830 per la introduzione di mezzi meccanici si dipanò fino agli anni cinquanta del Novecento. Data l’importanza della miniera fu costruito anche un villaggio attorno alla miniera stessa dotato di una stazione di carabinieri, di ufficio postale, di una cappella, di uno spaccio e di alloggi per 300 dipendenti e relative famiglie. Il paesaggio, tuttavia, ancora oggi presenta una fisionomia quasi spettrale, lunare, costellato com’è da calcarelle e calderoni, racchiusi da una fila inderminabile dei forni Gill, guardati a distanza da torrette di avvistamento. A noi non restano tracce, invece, come è logico degli altri mestieri secondari o attività indotte dell’industria zolfifera: calastieri, muratori, fabbri ferrai, pesatori, sorveglianti diurni e notturni.

Da ultimo la provincia di Agrigento che rappresenteva in quel tempo un microcosmo caratterizzato da una attività agricola ancorata a pratiche arcaiche e quindi scarsamente redditizia e un’industria zolfifera con le sue 72 miniere attive che davano lavoro a 3875 operai.

 Il quadro complessivo era il seguente: Aragona e Comitini ( 15 miniere, 290 picconieri, 692 carusi ); Casteltermini ( 8 miniere, 78 picconieri, 488 carusi, 11 donne ); Cianciana ( 15 miniere, 130 picconieri, 362 carusi, 90 donne ); Favara (16 miniere, 271 picconieri, 687 carusi, 13 donne ); Licata (9 miniere, 91 picconieri ); Palma di Montechiaro (9 miniere, 96 picconieri, 201 carusi ).

Esaminando più da vicino la situazione, così come si evince dal saggio di V.Savorini “ Condizioni economiche e morali dei lavoratori nelle miniere di zolfo e degli agricoltori della provincia di Girgenti” Stamperra Provinciale-commerciale 1881, un’ analisi complessiva presenta i seguenti risultati: i picconieri economicamente si trovavano in buone condizioni; le donne lavoravano in certi mesi dell’anno, sempre all’aperto, lontane dalle emanazioni dei gas tanto frequenti nelle miniere agrigentine; infine i carusi le cui condizioni economiche, igieniche e morali erano delle più disastrose e la cui età d’inizio variava dai 10 ai 18 anni; in quelle di Cianciana dai 6 ai 20 anni; a Palma di Montechiaro dai 7 ai 18 anni; ad Aragona dai 7 ai 18 anni; a Casteltermini dai 7 ai 19 anni; a Favara dai 8 ai 20 anni.[1].

Le statistiche dei riformati alla leva militare, statistiche estratte da quelle ufficiali del generale Torre, provano senza ombra di dubbio come i maggiori danni alla salute dei carusi provenisse dai pesi enormi che sono sostretti a portare, superiori alle loro forze che ne deformano irreversibilmente la cassa toracica. Addirittura il 52% di questi lavoratori risultava inabile al servizio militare, e spesso costretto a pernottare nelle zolfare, a causa della ubicazione delle miniere lontane dal centro abitato, anche di notte respiravano un’aria carica di esalazioni di gas di idrogeno solforato, idrogeno carbonato e acido carbonico certamente venefiche per la salute. Oltre ai danni fisici, la miniera produceva un ambiente moralmente tarato e spesso per gli antri e i cunicoli che la sventravano si aggiravano muti e sospettosi autori di delitti mai acciuffati dalla autorità giudiziaria. Chi era lo zolfataio? Scriveva nel 1897 il Dott. Tinebra Martorana [2]: ” Lo zolfataio è prodigo, anzi scialacquatore, presto a lasciarsi trascinare dall’ira e non restio ad influenza di progresso.

La sbornia domenicale è uno dei suoi più graditi, tradizionali e quasi necessari passatempi; lavora indefessamente, fra mille disagi e pericoli, ma non perviene quasi mai a ragranellare un gruzzoletto di risparmi. Ama la famiglia e bestemmia come un turco”.

A Cianciana, poi, la dignità della donna veniva messa a dura prova. Sebbene non lavorasse all’interno delle miniere ma all’esterno, giornalmente a contatto con uomini nudi o seminudi, giovanette dai 9 ai 16 anni, giorno dopo giorno, finivano per perdere ogni genere di pudore ed in seguito, anche per la disistima in cui erano tenute, completavano la loro magra esistenza dandosi alla prostituzione. Quale potesse essere il grado di istruzione di questa umanità degradata è facile comprenderlo: solo 20/100 di tutti gli iscritti della provincia di Agrigento all’atto della visita militare avevano dichiarato di saper leggere e scrivere negli anni tra il 1860 e l’ ’80. Questa realtà economico-sociale non darebbe di sé un quadro esauriente se non si tenesse conto di un fenomeno di carattere ambientale ma anche storico noto come “ spirito di mafia” affermatosi già dopo l’unità d’Italia come alternativa ad un inefficiente organismo statuale e volto a riparare i torti e a proteggere i ceti inferiori. Il mafioso ha un suo codice, uno statuto non scritto, un comportamento mai ostentato e la rinuncia totale a ricorrere alla giustizia ufficiale per risolvere questioni private. Gaetano Mosca in “ Cos’è la mafia  Giornale degli Economisti vol. xx serie 2° anno VI 1900” annota come la conseguenza più deprecabile dello spirito “Mafia” consistesse nel rendere particolarmente attive quelle piccole associazioni di malfattori che esistevano già in Sicilia e nel moltiplicarne il numero. D’altro canto tanto la classe contadina quanto quella zolfatara delle miniere viveva in uno stato di pietoso abbandono, resa apatica dalla denutrizione e dalle sofferenze, capace di covare un rancore profondo ed un indistinto sentimento di rivalsa. In questo terreno si innesta il fenomeno della mafia con un’ambigua ed ambivalente modo di procedere << ora strumento d’oppressione della borghesia rurale costituita dai gabelloti che di essa si serve per la conquista di nuove posizioni individuali; ora struttura che garantisce condizioni di vita migliori, aprendo una strada alle ambizioni e appunto al sentimento di rivalsa ai membri più attivi della classe contadina e zolfatara, a patto che si facciano sostenitori dell’ordine contribuendo a soffocare quel movimento delle masse per l’ottenimento di salari e condizioni di lavoro migliori come testimoniano le rivolte popolari del 1820, del ’37, del ’48 e nel 1860 in concomitanza dei grandi rivolgimenti politici>>. [3] Infatti la maggior parte degli zolfatari che delinquono contro la persona sono giovani baldanzosi, di buona salute, vigorosi, di buona intelligenza che naturalmente assumono atteggiamenti imperiosi nei confronti di altri uomini e che percorrono la gerarchia della mafia.

A causa del disordine che regnava nelle amministrazioni solfaraie, il solfaraio ha trovato conveniente formarsi un gruppo di compagni (cosca o partito) per l’offesa e per la difesa comune, mancando totalmente un servizio di polizia. Prospera quindi il delitto contro la proprietà e numerosi sono i condannati per rapina, estorsioni, ricatto. Lo spirito di mafia trae alimento da tutto questo: indipendenza individuale, alterigia, capacità e orgoglio di provvedere da sé a tutte le contingenze della vita accoppiati allo spirito di camorra di vivere di scrocco e di espedienti illeciti rinfocolavano notevolmente questa tendenza a delinquere. Inoltre una ragione diciamo socio-psicologica determinava nei carusi, desiderosi di percorrere la gerarchia della mafia, il prelievo, nel giorno della paga, dai loro magri salari di << qualche lira per offrir vino, sigari… o per darla in moneta a chi promette loro di iniziarli o di promuoverli in quella, e dal fatto che esistono nelle zolfare dei fannulloni e dei delinquenti volgarissimi, capaci di sfruttare la dabenaggine e la vanità dei carusi e, scroccano, estorcono o rapiscono loro qualche lira>>.[4]


[1] V. Savorini: op. cit pag. 12

[2] “Le Vie dello zolfo” a cura di Giuseppe Sferrazza. Sez. Operativa della Regione Siciliana Tipografia Euro print – Aragona nov.2000 pag 49

[3] Grande dizionario Enciclopedico U.T.E.T. Unione Tipografico – Editrice Torinese.1957 Pag 678

[4] G.Baglìo: “Il Solfaraio” Napoli 1905 Cap- XI pag. 554

La civiltà dello zolfo a Cianciana. Tesi di laurea di: Salvatore Albanese. Anno accademico 2002-2003

 
< Prec.   Pros. >