CIANCIANA.INFO - Il portale su Cianciana by Paolo Sanzeri -Storia, Cultura, Architettura, Turismo, Cronaca ed altro - La civiltà dello zolfo a Cianciana: Economia di Cianciana tra ‘700 e ‘800 e la scoperta dello zolfo:

 

 

 

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La civiltà dello zolfo a Cianciana: Economia di Cianciana tra ‘700 e ‘800 e la scoperta dello zolfo: PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Albanese   

Sample Image   Economia di Cianciana tra ‘700 e ‘800  el ascoperta dello zolfo: Morrison -  Di Giovanni.

Che Cianciana fosse territorio di miniera ne dà prova in età romana Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia” XXXIV Liber, quando parlando della Sicilia la definisce come una terra dove si poteva trovare il piombo, la crisite e l’arginite. Il Fazello, in seguito, nel “De rebus Siculis Deca I Cap.IV” così si esprime: << Lontano da Bivona tre miglia è una cava d’oro la quale è posta in un monte chiamato Contubernis >>. Documento importante di queste testimonianze i grossi pezzi di piombo rinvenuti nel territorio di Cianciana, portanti la scritta “L. Planil. F. “, il nome cioè del produttore, nonché un’ancora che attualmente si trovano nel museo di Palermo.

Nel dialetto ciancianese le zolfare si chiamano “Pirrera ” cave cioè di pietra, perché appunto in origine esse erano vere e proprie cave di minerale di zolfo, limitate in estensione e in profondità dove si lavorava, spesso, quasi a cielo aperto, che si abbandonavano quando presentavano pericolo di scrollamento per aprirne altra in luogo vicino.

 E’ però nel ‘700 che affondano le radici, le cause e gli interessi generali che hanno sollecitato la ricerca dello zolfo. Il territorio di Cianciana, composto dai feudi Bivona, Feudotto, Ciancianìa consta di ha 3698 e soprattutto Bissana con i suoi pascoli abbondanti di camerope oltre che incentivare la pastorizia aiutò il sorgere di piccole industrie di corde e granate o scope nel corso dei secoli XVIII, XIX. E’ del 1840 il possesso da parte della casa commerciale inglese Morrison-Leager e C., nel territorio di Cianciana, di una grande miniera di zolfo che poi non fu più attiva a causa soprattutto della mancanza di una rete stradale che agevolasse il trasporto del prodotto estratto e quindi ricavarne adeguati profitti. Le cose cambiarono quando un intraprendente castelterminese V. di Giovanni chiese alla società inglese il permesso di riattivare la miniera, ottenendo anche i mezzi necessari allo scopo.

 Così in breve quella miniera, di scarsa o nessuna utilità economica per la società inglese, divenne per l’ industria del paese, fonte di prosperità e di considerevoli guadagni e molte altre miniere, nelle vicinanze, furono aperte e sfruttate, prendendo anche il nome dai vari concessionari: Passo di Sciacca, Savarini, Grotticelli, Passatello, Falconera. Fino ad allora l’economia ciancianese si era retta in maniera alquanto precaria sull’agricoltura, sulla pastorizia e su una esigua attività commerciale, legata quest’ultima, per via della scarsa viabilità, solo ai prodotti della terra, grano duro, vino, mandorle, esportati per il tramite di grossisti.

Ma l’agricoltura non poteva offrire una sufficiente garanzia all’economia perché, mancando le macchine e un ammodernamento delle coltivazioni e delle produzioni, tutto si svolgeva a dorso di mulo e per mezzo del mulo. Inoltre tutto il territorio veniva coltivato in maniera estensiva, con prevalenza assoluta del grano e con la coltivazione della fava come coltura di rinnovo. I coltivatori della terra erano fermi ai vecchi metodi, a superati ordinamenti culturali, guidati solo da un bagaglio di cognizioni agricole secolari, ricevute, tramandate dai loro padri e conservate gelosamente nell’intimo del loro cuore.

Di contro il numero piuttosto rilevante di piccoli proprietari, oppressi per secoli da forme di vita anacronistiche e feudali, vessati da imposizioni e soprusi dai vari “ campieri ” che vigilavano sui latifondi dei grossi agrari, non costituiva elemento di elevazione sociale. Animato com’era, infatti, da scarso spirito associativo, impensabile anche per i tempi, diffidente nei riguardi del prossimo e verso qualsiasi forma di potere costituito, il ciancianese non sente di far parte dello stato e non si considera assistito e difeso nei propri diritti. Neanche il quadro offerto dalla pastorizia, risulta nei secoli da ‘700 e ‘800 , incoraggiante. Sebbene il territorio, per la conformazione topografica dei terreni si presti allo sviluppo della zootecnia, in questo settore non si riscontra alcuna dinamicità.

Come dice A. Di Giovanni tutto il paese è circondato da una sconfinata distesa di latifondi “ malinconici e deserti che velano ogni cosa di una tristezza arcana e tragica” [1].

Questi latifondi, di proprietà di ricchi signori in città , venivano concessi in enfiteusi ; l’enfiteuta coltivava parte del latifondo direttamente, seminandone una parte  e un’ altra lasciandola per pascolo per le proprie mandrie e un’ altra ancora assegnandola spezzettata ad una serie di mezzadri; i campieri , infine, veri mariuoli assoldati con il compito preciso di salvaguardare gli interessi del padrone e difenderne le mandrie dagli abigeati, andavano maturando comportamenti e mentalità tipicamente mafiosi, cercando di arricchirsi per proprio conto, imponendo la propria supremazia sugli altri , organizzando abigeati e delitti di ogni genere. Per tutto il secolo XIX , la mafia imperversava in questa zona  dell’ agrigentino, resa piu’ forte e prevaricatrice dalla supina debolezza del governo che, non solo, non osava sfidarla ma se ne valeva, in determinate occasioni , rendendola piu’ forte e baldanzosa. In queste condizioni, la pastorizia era appannaggio solo di quei grossi proprietari direttamente o indirettamente legati a organizzazioni mafiose che , difesi dai campieri, “ uomini d’onore” , allevavano mandrie senza alcun principio razionale e senza alcuna apertura mentale verso qualunque sorta di cambiamento.

Da questo quadro d’insieme si evince, quindi, come l’apertura delle miniere, nonostante le precarie condizioni in cui vivevano i minatori, costituisse un potenziale economico di notevole interesse. Gli strati di zolfo si rinvengono uniti alla marma azzurrina, rinchiusi nel gesso oppure in filoni ininterrotti piu’ o meno larghi che i picconieri chiamano “Saurre”; frequenti sono anche spaccature denominate “Garberi ” dalle quali si estraggono gruppi di  cristallo di stronziene, magnifiche aragoniti e anche non pochi avanzi fossili di animali marini e vegetali. Queste miniere , nella seconda metà dell’ ‘800 , avevano una potenzialità di 500 quintali metrici di minerale fuso, eppure non rendevano che 50 quintali annui circa [2]. Perché? La croce del territorio ciancianese  è stata da sempre la scarsa  viabilità , per cui i “ Vurdunara ” trasportavano a dorso di mulo il minerale estratto , fino alla rotabile che da lì prendeva la via verso il posto d’ imbarco sempre per mezzo di carri a trazione animale. Tra la fine dell’ ‘800 e i primi anni del secolo successivo si ha un incremento notevole della produzione (in questo periodo si contavano 17 miniere con  quasi 1000 operai occupati) ma che dovette in seguito cedere pesantemente il passo allo zolfo proveniente dagli Stati Uniti d’America poi ai cambiamenti attribuibili alla grande guerra e poi a questioni nate nell’ ambiente mafioso che decurtarono la produzione e quasi la estinsero.

Quest’ultima concausa , la mafia, determinò , per la nomina di un capomastro l’ esplosione di un incendio che iniziato in una delle miniere si estese poi a tutto il bacino minerario , alimentato come era dalle correnti d’aria che si formano attraverso le spaccature. Né si pensò di iniziare una lavorazione “per incendio” tesa a far discendere metodicamente il fuoco per raccogliere la maggior parte dello zolfo allo stato liquido. Una crisi strisciante già cominciava a far sentire tutto il suo peso: a Cianciana mancava una iniziativa industriale nell’ esecuzione delle ricerche e nei lavori di preparazione; non esistevano impianti per l’ eduzione delle acque e per l’ estrazione del minerale; il personale tecnico deficitario e spesso incompetente iniziava la lavorazione a caso senza un programma lungimirante e quando si ottenevano profitti ragguardevoli , ciò era dovuto alla ricchezza e alla poca profondità dei giacimenti. Inoltre miniere non esercitate direttamente dai proprietari ma date in “gabella” con un controllo di 9 anni alimentavano nei gabelloti un atteggiamento d’ interesse immediato per cui costoro non rischiavano forti capitali per impianti meccanici e tendevano a sfruttare al più presto i giacimenti scoperti.

D’ altra parte lo spezzettamento del bacino, diviso tra numerosi proprietari di tante miniere più o meno piccole era lo specchio puntuale della mentalità tipica del ciancianese individualista e diffidente verso qualsiasi forma di associativismo,  costretto quindi a fare da sé, ingabbiato nella sua logica tradizionalista ” comu ammu fattu , facemmu ”, cieco e sordo di fronte alle novità che avrebbero potuto rendere competitiva la sua produzione e quindi incapace di mettere riparo alla crisi che già agli inizi del ‘900 chiaramente si avvertiva e che porterà alla smobilitazione delle miniere negli anni ’60-62. E tuttavia negli anni ’50 a Cianciana , per testimonianza di esercenti locali, si registrava un incasso lordo mensile di circa 22 milioni di lire, cifra approssimativa perché gli industriali locali non denunciavano mai al Distretto minerario di Caltanissetta in maniera esatta i dati produttivi, preferendo vendere il minerale di contrabbando.


[1] Alessio Di Giovanni: “Introduzione al Teatro Siciliano” Catania 1932 Pag IX

[2] Gaetano Di Giovanni: “Sulla Strada Nazionale da Bivona a Girgenti per Cianciana” Girgenti 1870 Pag-27

La civiltà dello zolfo a Cianciana. Tesi di laurea di: Salvatore Albanese. Anno accademico 2002-2003

 
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