CIANCIANA.INFO - Il portale su Cianciana by Paolo Sanzeri -Storia, Cultura, Architettura, Turismo, Cronaca ed altro - La civiltà dello zolfo a Cianciana: Surfaru e surfara a Cianciana.

 

 

 

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La civiltà dello zolfo a Cianciana: Surfaru e surfara a Cianciana. PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Albanese   

Sample Image Trovato il giacimento, in seguito alla escavazione delle gallerie, il picconiere ciancianese comincia a lavorare nella ” Saurra   estirpando senza alcuna regola il materiale , procedendo disordinatamente, senza alcun piano prestabilito e producendo, spesse volte , franamenti in cui hanno perso la vita non pochi operai . Egli usava il piccone e se la roccia era particolarmente dura, l’ esplosivo, collocato in buche proticate nella roccia, agevolava l’ estrazione del minerale che in seguito veniva portato a spalla fuori dalla miniera. A cielo aperto lo zolfo veniva disposto in cumoli fino a che non si passava alla fusione per  separarlo dalla “ Ganga ” sterile a cui è unito.

A Cianciana i metodi di fusione sono stati sostanzialmente tre:1)      il metodo detto della CALCARELLA , una piccola fornace di forma circolare, dal suolo melinato in cui veniva messo a bruciare lo zolfo che si raccoglieva passando attraverso un foro praticato nella parte anteriore della calcarella in recipienti di legno dette ”gaviche ”; le calcarelle costituirono l’ unico mezzo di fusione per parecchio tempo fino al 1850;2)      il metodo detto del CALCARONE. Poiché le calcarelle risultarono antieconomiche sia per il poco materiale che potevano contenere per la fusione, sia per la grande perdita di zolfo in anidride solforosa sia per l’ enorme danno che questa arrecava alle colture circostanti e conseguentemente per il contenzioso che si produceva tra le l’ esercente della zolfara e gli agricoltori limitrofi , si sperimento’ dopo il 1850 la copertura delle “ calcarelle ” con rosticcio e la costruzione della calcarella aumentò da 5 a 30m di diametro, per una profondità proporzionale da 1 a 5 m e si chiamò “ calcarone ” . La copertura o “ cammisa ” del “ calcarone ” venne fatta con un rosticcio da 3 a 15 cm . Mentre con le calcarelle la fusione avveniva in 2 giorni e mezzo con il calcarone la fusione avveniva , per i calcaroni più piccoli in 8 ore, per quelli più grandi in 20 ore;3)      Dal 1911 in poi si adoperò il forno Gill costituito da due o più celle adiacenti in muratura a sezione di tronco di cono sormontate da una calotta e con in mezzo  un foro per il carico del materiale, trattamento quest’ ultimo che permetteva una resa maggiore e sarà adottato per tutto il tempo in cui le miniere rimasero attive. Con questi sistemi, nel corso della storia di Cianciana , sono stati estratti dalle sue viscere migliaia di tonnellate del biondo minerale (10588 nel solo 1905 mentre gli addetti ai lavori della “ Pirrera  aumentarono fino a 1322 unità nel 1902 per diminuire poi costantemente di numero fino alla chiusura che avverrà nel 1960) . Ma come si svolgeva il lavoro nella miniera e con quali sofferenze gli zolfatari crearono il benessere odierno dei ciancianesi e soprattutto che cosa spinse, poi, i nostri bisnonni e nonni a lasciare a migliaia la loro terra per tentare migliore sorte altrove? La giornata lavorativa del minatore cominciava prestissimo , all’alba, perché, trovandosi la “ pirrera ” lontano dal paese, doveva raggiungerla per tempo e terminava quando era ormai buio , dopo dieci-dodici ore ( otto, più recentemente di pesante fatica sotto terra) ( e cu lu scuru vaiu e  cu lu scuru vegnu ) e (cu lu scuru fazzu la iurnata).Tutti gli operai della zolfara coprivano dei ruoli ben distinti: alcuni operavano all’ interno (pirriatura, carusi, spisarola), altri all’ esterno (carrittera, vurdunara, carcarunara, orditura).A controllare i minatori erano chiamati ex picconieri che , per l’ esperienza acquisita o perché erano divenuti inabili o per la fiducia acquistata presso il proprietario o il gabellato, erano in grado di dirigere i lavori: questi ultimi erano detti “ capimastri o soprastanti ”.Dal 1852 al 1855 i salari aumentarono e il mestiere di zolfaraio cominciò a godere di maggiore credibilità nel paese in quanto che il minatore già a partire dal 1870 cominciava a credersi superiore al contadino e “lu picuneri ” cominciava a paragonarsi al piccolo agricoltore: nella scala sociale il contadino era un massaro, lo zolfaraio un mastro cioè qualcosa di più del massaro.I picconieri erano l’ anima della zolfara: robusti, arditi, laboriosi percepivano un salario medio giornaliero di Lire 2,03 a Lire 3,50 , il saldo avveniva due volte al mese: nella prima quindicina con un acconto sui lavori eseguiti e nella seconda quindicina con la paga mensile.L’acconto, così come si evince dalle interviste fatte agli ultimi operai che ancora bazzicano per le strade del paese, era di breve entità, non generava movimento nella piatta calma paesana se non per una maggiore frequenza di persone nelle bettole.Nel giorno di paga, invece, si vedevano per la strade del paese, persone dall’ aria affaccendata che entravano ed uscivano da botteghe, da bettole, da abitazioni private che discutevano, litigavano, contavano denari in preda ad una certa gioiezza dirompente ma anche malinconica perché effimera.Il picconiere comunque, per importanza , occupava il primo posto nella zolfara, capo di un numero di ”carusi ” che andava da due a tre e che erano operai adibiti al trasporto a spalla del minerale dai cantieri di estirpazione allo sbocco della discenderia.Questi carusi, in prevalenza ragazzi dagli otto anni in sù , continuarono a vedersi nelle nostre miniere sebbene una legge del 1907 [1] avesse elevato a 15 anni il minimo di età dei fanciulli impiegati nei lavori interni delle zolfare.Questi piccoli lavoratori, a causa di un anticipo (succursu) che le loro famiglie, costrette dal bisogno, chiedevano al picconiere, divenivano , fino al riscatto, quasi schiavi di quest’ultimo, piegati sotto pesi enormi che l’ ingabbiavano e li deformavano.Negli anni ’40 e ’50 non era raro il caso di incontrare per le vie del paese ragazzi malnutriti, invecchiati anzi tempo e che, tuttavia, continuavano a percorrere quei budelli sotterranei , sotto l’incubo pauroso di una morte incombente per uno scoppio di gas o per il crollo di qualche galleria, per un salario che alla fine risultava alquanto misero.Per tutto il primo decennio, e oltre, del secolo XX  la paga media di un operaio , a Cianciana, era di Lire 2.50 , intorno al 1925 il salario oscillava dal 6-7 Lire per il caruso e sulle Lire 11 per il picconiere [2], mentre i costi della vita aumentavano e l’ inflazione piegava ancor di più la condizioni economiche dei minatori.Da qui prende l’ avvio una lotta sorda ma che a volte esplodeva in violente manifestazioni di protesta, tra proprietari, a cui andava la maggior parte dei profitti delle zolfare e gli operai.Dice Eugenio Giannone in “ Zolfara , inferno dei vivi ” a pag. 25 ” l’ età dei carusi variava dai sei ai vent’anni ma si poteva essere carusi per tutta la vita. Il “ ciaula”  di Pirandello è un uomo senza tempo . Riempiti e sistemati gli “ stiratura ” sulle loro spalle rachitiche, i carusi per alleviare la sofferenza del carico allacciavano sulla testa verso le spalle , una “chiumazzata” e alla fioca luce della lumera, avanzando ricurvi per il peso ( 20, 30 kg i più piccoli ), compivano venti , trenta “viaggi ” al giorno verso l ‘ imbocco (vucca) della miniera , verso la luce del sole che , in molti , non vedevano mai >>. A Cianciana è rimasto proverbiale ( lu Carcarazzu ) quel caruso , cioè, che per ripicca o per prendersi alcuni “ giorni di ferie ossia di sollievo dalle sofferenze, distrusse l’ ingresso e i primi gradini di una pirrera, bloccando il lavoro per una settimana”. Ma non erano solo i carusi a penare nelle miniere , c’ erano anche le caruse che trascorrevano buona parete della loro fanciullezza nel sottobosco minerario . A Cianciana nel 1881 le donne lavoratrici erano 90/597 la loro età variava dai 9 ai 16 anni e le incombense loro affidate erano varie: o mescevano il caffè precedentemente preparato o cucinavano la “ la frascatula ” una minestra che non comportava alcuna spesa perché prevede l’uso di acqua , farina e finocchi selvatici oppure alcune , specie nei mesi estivi, erano impiegate al trasporto degli zolfi dalla bocca della zolfara alla catasta del minerale.Non scendevano quindi nei bui cunicoli sotterranei ma partecipavano col tipico silenzio muto delle donne dei solfarai alla disperazione , all’ ansimante andirivieni degli uomini.In Sicilia la donna generalmente non lavora all’ esterno ma si occupa di lavori casalinghi.Delle 264.454 donne di età superiora ai 9 anni censite nel 1901 , quelle occupate sono solo 34.105 ed in particolare 106 nelle industrie minerarie.E altre sono donne da marito e spesso vengono rapite dai picconieri i quali , propensi ad atteggiamenti poco rassicuranti , baldanzosi ed intraprendenti , non costituiscono un partito ambito per i genitori di ragazze da marito e ricorrono , quindi, al ratto  per impalmare la bella.Nel nostro piccolo centro minerario le donne lavoratrici nella miniera , intervistate rispondono tutte così: << eravamo rispettate perché eravamo figlie di zolfatari>>.Ma era veramente questa la regola generale di comportamento?Nella provincia di Agrigento ed a Cianciana in particolare , le donne o sono fornaie o sarte che lavorano a casa, in parte ignoranti e dominate da pregiudizi , desiderose di non varcare la soglia delle pareti domestiche per eccesso di pudore , sole spesso per tutta la giornata , attente ai lavori casalinghi e alle cure domestiche.Per quanto concerne la produttività economica la donna siciliana è sicuramente un elemento passivo , consuma ma non rende , l’ uomo la considera quasi di sua pertinenza e l’ indole gelosa del siciliano è anche un effetto della disoccupazione e della soggezione economica della donna.“ Chi mantiene la donna, sia essa madre , moglie , sorella, vuole anche averla e saperla immune dai contatti cosiddetti illeciti; e chi , sposandola , ne toglie a suo carico il mantenimento , pretende che ella vada a lui immune dal bacio creduto impuro” [3].Deriva da ciò quindi, la scarsissima considerazione in cui erano  tenute le donne che lavoravano in miniera , dove la vita morale era ad un livello molto basso , dove guadagnavano come gli uomini la “ paga ” che andavano a spendere negli spacci di carne , di pasta e di vino mentre, per esempio, le mogli dei contadini varcavano la soglia della macelleria paesana se non 3 volte l’anno, in coincidenza , cioè , delle grandi ricorrenze festive del paese quando assaggiare la carne costituiva quasi merito.L’ambiente di lavoro non offriva , quindi, garanzie morali certe e sicure : le ragazze si abituavano presto a girare fra operai nudi , in un ambiente semi buio, use ad udire una conversazione lasciva e grassa e a scorgere i residui e le tracce di violenze carnali che i picconieri esercitavano sui carusi. Non c’erano vere e proprie case di tolleranza nel nostro piccolo paese ma le case private spesso servivano alla bisogna sebbene le ragazze avviate al meretricio non costituissero la maggioranza, esse, tuttavia, costituivano un modello significativo di come la miniera degradasse anche e a volte l’ ambiente .Dice  Savorini nel 1881 [4]<< … esse… formano una delle piaghe del lavoro minerario… Quantunque non siano occupate nei lavori sotterranei , esse ritrovano ciò non ostante sempre a contatto di uomini nudi o seminudi, dormono nelle miniere e perdono così fin l’ultima ombra del pudore…Giunte le giovanette ai 16 o ai 17 anni sono per lo più ritirate nelle famiglie.  Ma allora il peggior danno è già loro venuto e sono già corrotte a segno che la maggior parte di esse, anche per la disistima in cui sono poi tenute , si danno al meretricio. Ecco l’ambiente morale nel quale si trova il minatore >>. In quell’ atmosfera così cupa, così stridente con la rimanente mentalità siciliana e paesana in particolare, così disperata per cui anche i valori tradizionali vengono quotidianamente sovvertiti, i vincoli morali allentati spianavano la strada a comportamenti spregiudicati e disperatamente licenziosi. E’ come se l’umanità conculcata e immiserita dal bisogno animalesco di soddisfare i morsi lancinanti della fame di allentare il dolore e la sofferenza, avesse troncato di netto il legame con il rimanente mondo esterno. Il popolano di Sicilia canta alla sua amata i seguenti versi:Cull’ acqua stissa tu nun t’ ha lavari,ca puramenti mi ni gilusiuquannu sta bedda facci t’ ha lavari,ti l’ ha’ lavari cu lu sangu miu. [5]  Ma questo popolano divenuto minatore non solo permette che la sua donna vada a lavorare ma nelle zolfare di Cianciana, Casteltermini e Lercara il lavoro avveniva in condizioni di assoluta assenza di pudore. In queste tre gruppi di miniere le operaie non superarono mai il numero di centocinquanta e come dice Nicola Colajanni in “ I Lavoratori delle zolfare nella riforma Sociale a. 1894 lì le donne lavorano all’interno delle zolfare assieme ai carusi. Quivi per lo temperatura spesso assai elevata non si osserva affatto la decenza: non solo gli uomini vanno quasi ignudi ma anche le donne hanno solo coperte le parti pudende di cenci svollazzanti e di bende pensili ”. Nel 1934 una legge dello Stato Italiano vietò alle donne e ai carusi di età inferiore ai 16 anni di calarsi all’interno delle zolfare, mentre qualche anno prima nel 1927, per legge era stata sancita la demanialità del sottosuolo, lo Stato, cioè, poteva assegnare in concessione perpetua o temporanea lo sfruttamento dei giacimenti e con l’ Autonomia siciliana tale compito passò all’ Assessorato all’ Industria e al Commercio dell’ Isola.


[1] L.Valenti:”Le miniere di Zolfo in Sicilia” Torino 1925 Pag.83

[2] Notizie avute a seguito di interviste fatte ad anziani Minatori.

[3] G.Baglìo: “Il solfaraio” Terza parte Napoli 1905 Cap.IX Pag.358 

[4]  V. Savorini: OP. CIT. Pag 25

[5]  G.Pitrè: “Canti Popolari Siciliani” Vol.I Palermo Lib. L.Pedoni Lauriel di Carlo Clauseu ott. 1978 pag. 96

 

La civiltà dello zolfo a Cianciana. Tesi di laurea di: Salvatore Albanese. Anno accademico 2002-2003

 
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