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La civiltà dello zolfo a Cianciana: Scioperi. PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Albanese   
Sample Image  Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale videro esplodere lotte sociali accanite e che si prolungavano nel tempo. Nel 1940 il salario di un operaio a Cianciana è di Lire 120 giornaliere [1] aumentate a 380 nel 1947 ed in seguito a continue pressioni sindacali a 530 Lire nel 1954. L’arma di pressione nelle mani dei lavoratori delle miniere era ancora una volta lo sciopero così come era avvenuto negli anni 1894 e ’96 quando gli zolfatari scioperarono in massa per impedire che gli esercenti riducessero il salario come estremo tentativo di tamponare il peggioramento dei prezzi dello zolfo a causa della galoppante crisi zolfifera.


[1] Notizie avute dai minatori locali

  

In questi anni la lotta fu impari e quasi il 90 per cento degli scioperanti partecipò alle rivendicazioni con esito negativo e questo sebbene la crisi avesse intaccato non solo un livello di vita molto modesto ma anche la loro stessa sopravvivenza.

Testimoni il sotto prefetto del circondario di Piazza Armerina: << la miseria dei poveri zolfatari disoccupati…è giunta a tale che intere famiglie debbono soccombere per fame…Non si vedono che desolati zolfatari…macilenti e ridotti allo stremo i quali stendono vergognosi la mano per implorare un’elemosina che loro permetta di comperare pochi soldi di pane alle loro famiglie…>>.[1]

Ovunque, tuttavia, gli zolfatari mostravano, fra tutti i lavoratori, una maggiore propensione allo sciopero sicuramente perché anche la loro vita quotidiana era punteggiata da conflitti individuali che scoppiavano fra picconieri e carusi, fra gli stessi carusi, fra picconieri rivali, fra picconieri e capomastri, i titolari delle botteghe, gli esercenti ecc… Inoltre, sebbene la storia di questo proletariato minerario si fosse svolta ai margini della storia italiana, tuttavia esso, per un secolo e mezzo ha operato in un settore importante dell’economia siciliana, contribuendo a definire le peculiarità di una vasta zona della Sicilia contemporanea.

Questo era il quadro precedente la situazione siciliana e ciancianese del secondo dopoguerra in particolare e in esso cominciarono a delinearsi negli anni quaranta e cinquanta una nuova ondata di scioperi conclusisi con l’ occupazione delle miniere, durata per ben 45 giorni e con un aumento del salario fino a 700 Lire e successivamente nel 1959 fino a Lire 2300 al giorno. Il salario era evidentemente di fame, insufficiente ed inadeguato ai bisogni anche i più elementari di una famiglia tipo quasi sempre numerosa, quasi sempre bisognosa di un nutrimento adeguato alla pesantezza del lavoro che i suoi membri svolgevano.

 L’ insufficiente nutrizione unita all’ ambiente malsano in cui l’ operaio lavorava rendeva l’ esistenza un calvario continuo ed il lavoro del caruso, specialmente, un ostacolo al normale sviluppo delle ossa per cui deformati per tutta la vita, mostravano i segni di una senilità precoce. Inoltre l’ uso smodato del bere, unica fonte di un oblio momentaneo alle fatiche dell’ esistenza contribuiva ad indebolire l’ organismo degli zolfatari e come evidenzia lo studio di C. Valenti [2] essendo “ i più grandi bevitori di vino” offrono mano resistenza alle malattie professionali e muoiono in ancor giovane età, rinnovando la catena degli orfani che cercano in ancor tenera età nella miniera quel lavoro che aveva ucciso il loro padre.

 I seguenti versi di A. Di Giovanni,[3] poeta ciancianese come si è già detto, sono abbastanza eloquenti:“ La surfara m’ ammazza e lu patruni…Ii macari a parrarini m’ affruntu!...Sulu lu vinu nni duna ragiuni”. “ Io entrai per la prima volta in miniera a sei anni” – racconta un vecchio zolfataro intervistato- per questo sono rimasto analfabeta. Mi ci portò un mio fratello che lavorava già da caruso portando il sacco pieno di minerale minuto alla superficie… Quando cominciai ad assicurarmi e a potere reggere pesi, cominciò a farmi portare sulle spalle qualche pietra, prima piccola, poi sempre più grande, finchè feci il callo e il picconiere mi assunse come caruso”. Di queste testimonianze se ne possono raccogliere tantissime e tutte parlano di sofferenze atroci, di miseria, inesorabile che spingeva le madri a pregare i picconieri perché assumessero un loro figliolo in quel disumano lavoro, per averne il “ soccorso morto “ con cui sfamare se stesse e i rimanenti figli.

Nei primi anni del 1900 vu fu un’ altra grandiosa stagione di lotte che mirava a difendere o migliorare il livello di vita. Gli scioperi ebbero come epicentro il nisseno dove l’ installazione di tecniche produttive moderne nella miniera “ Trabonella “ aveva modificato i tradizionali rapporti di lavoro e creato un proletariato più omogeneo. Nel 1904 gli scioperi colpirono anche l’ agrigentino, nelle zone delle piccole miniere e le lotte scaturirono dalla diminuzione del valore del cottimo a causa dell’ aumento del premio di assicurazione. Certamente il fulcro di questi scioperi continuava ad essere il salario, però alla pura richiesta di aumento retributivo si affiancavano tutta una serie di rivendicazioni tendenti a regolamentare la composizione della retribuzione operaia: orario di lavoro, disciplina industriale, regolamentazione dei licenziamenti, ricollocamento deglio esuberi, miglioramento delle tecniche di lavoro ecc…

Nell’ insieme, tuttavia, questi tentativi come quelli che li avevano preceduti negli anni 1890 – 1894, evidenziavano una sorta di incapacità del movimento dei zolfatari a diventare un vero e proprio movimento sindacale. Il risvolto negativo era che la combattività di cui avevano dato ampia dimostrazione, non era pienamente valorizzata e non si traduceva in una corrispondente forza contrattuale.

Negli anni cinquanta  a Cianciana la rabbia, l’ astio, l’ incomunicabilità si tradussero in uno sciopero che non ebbe eguali nella storia del movimento operaio in Sicilia e di cui si occupano due autori appassionati di storia paesana come Eugenio e Monica Giannone che vogliono ricostruire quei momenti perché archetipi di cambiamenti e di disagi che troveranno sbocco nell’ emigrazione.

 Dicono gli autori:[4] “ Si tratta di una pagina importante, foriera di notevoli cambiamenti e che spiega, anzi conferma, le ragioni del disagio che ha spinto negli anni seguenti migliaia di concittadini a cercare migliori condizioni di vita e di lavoro altrove, chiudendo l’ epopea tragica del lavoro e dello sfruttamento in miniera, aprendo quella “ valvola di scarico della tensione sociale” che ha svuotato la nostra cittadina, riducendola nel tempo ad un paese ombra, abitato da pochi giovani, da dipendenti pubblici ormai non più giovanissimi e da pensionati che, nell’ attesa stanca dell’ ultimo viaggio, sorridono solo in estate quando tornano figli e nipoti ”.

Queste le sconsolate considerazioni dei due autori, innamorati del loro paese, curiosi della loro storia, interessati a ricostruirne le peculiarietà nei suoi momenti più significativi. Le miniere ciancianesi hanno chiuso i battenti ufficialmente il 2 Maggio 1962: da anni, però, il numero degli occupati era andato scendendo passando dai 1322 del 1902 ai 421 del 1953, ai 270 del 1960 e così pure la produzione che nel 1960 era di soli 3005 tonnellate. Questo calo era dovuto all’ estrazione dello zolfo che da noi avveniva in maniera arcaica e primordiale, mentre altrove lo scorrere della storia trovava nelle macchine un aiuto ed un incentivo alla produzione più abbondante ed economicamente competitiva.

 L’unica innovazione delle miniere ciancianesi era stata l’ introduzione di alcuni vagoncini su rotaie e di un piano inclinato che in qualche modo alleviavano la fatica dei carusi, almeno di quei pochi rimasti a lottare giorno dopo giorno contro la silicosi, frane e scoppi improvvisi di grisou. Il salario poi era inferiore a quello dei minatori delle altre miniere consistendo in Lire 500 per 8 ore di lavoro che veniva corrisposto con ritardo e neanche tutto intero ma attraverso magri anticipi, privo di assegni familiari che venivano trattenuti dagli esercenti che consideravano già un premio per i lavoratori la “ cassa mutua “. “ Più che il Contratto Nazionale Collettivo di Lavoro nelle miniere ciancianesi vigeva un controllo aziendale che contemplava una paga che era la metà dell’ altra, sicchè in parecchi, per sbarcare il lunario, la domenica andavano a lavorare nei campi”[5].

 Il 1953 fu l’ anno cruciale, l’ anno della riscossa, della consapevolezza, dell’ orgoglio e dell’ unità paesana stretta attorno ai minatori, come prima non s’ era mai visto. I fatti si svolsero in miniera  tumultuosa ma decisa , da una parte gli zolfatari che rivendicavano un salario di Lire 800, organizzati in una Lega, aderente alla C.G.I.L. e dall’ altra il muso duro degli esercenti che non intendevano concedere la benchè minima miglioria. Dopo una ultima, inutile riunione fra le parti, tenutasi all’ Ufficio Provinciale del Lavoro di Agrigento, l’8 Novembre, i capi di un Comitato, formato da Nino Cona, segretario della Lega, Nardo e Nino Traina, Stefano Cicchirillo, Nino Labruzza, decisero di occupare le miniere e per evitare che le manganellate della polizia li stanassero, diffusero la voce che le gallerie erano state minate. Le donne dei minatori, le “ donne dei tossenti “ come venivano pittorescamente ma significatamente chiamate svolsero un ruolo incisivo e fondamentale per la buona riuscita della rivendicazione salariale. Esse non abbandonarono i loro uomini, con fierezza sostavano nel piazzale antistante le miniere, per tutta la giornata, senza cedere allo scoramento per una paga inesistente, per lo spettro della fame che si avvicinava, per le sofferenze loro e per quelli dei figli rimasti a casa.

Ma là sotto c’ erano gli altri figli, i loro carusi malconci ed intristiti, erano madri e mogli che fieramente facevano conoscere alla rimanente opinione pubblica paesana il significato profondo della loro presenza. I minatori stessi riconobbero quanto fosse necessaria ed incisiva la presenza delle donne se ne rivendicavano la presenza “ li fimmini avemmu a chiamari “ , se ne riconoscevano il ruolo utile a rompere l’ isolamento dell’ opinione pubblica intorpidita ed abituata ad osservare più con indifferenza se non con rassegnato fatalismo l’ orrore della condizione umana dei carusi. Esse furono instancabili, alcune ferme all’ imboccatura delle miniere ad incitare i loro uomini, altre andavano nelle botteghe, presso gli artigiani, a spiegare alla gente, a convincere, rompendo la loro naturale ritrosia, della giustizia delle rivendicazioni dei loro uomini, a chiedere solidarietà per le lotte dei loro uomini anche al Vescovo e al Prefetto. La C.G.I.L. con i suoi esponenti Palumbo, Lo Bue, Capodici, Nobile, il P.S.I e il P.C.I rispettivamente con Nino Calamo e Domenico Cuffaro, offrirono sostegno e concreta attività come dimostra l’ arresto di Angelo Nobile al termine di un comizio infuocato tenuto a favore dei minatori chiusi laggiù, nelle viscere della terra, ma determinati anche a far nascere Gesù Bambino in quel luogo, teatro delle loro sofferenze e dei loro patimenti. Ma la vittoria vera, decisiva, esaltante la ottennero le donne ciancianesi, guidate da Lucia Alessi, Nina La Bellanca, Concetta Traina, consapevoli chi “li guà di la pignata li sapi lu cucchiaru chi l’ arrimina” e che erano state pronte, un giorno, a colpire a “ pietrate “ alcuni esercenti in cui si erano imbattute. E’ vero furono denunciate e condannate ma erano riuscite a coinvolgere tutta l’ opinione pubblica anche quella non direttamente dipendente dal lavoro della zolfara e circa 2000 persone manifestarono davanti alla caserma dei carabinieri in occasione dell’ arresto di Angelo Nobile. “ Fu un’ammirevole gara di solidarietà e di sostegno morale e materiale che si estese anche ad altri paesi della Sicilia che inviarono a Cianciana camion di viveri, come fecero i lavoratori di Alcamo e quelli della “ Lega dei pastori “ di Casteltermini.[6] Una buona parola fu pronunciata da padre Ciaravella che, assieme ai politici vicini agli zolfatari, si adoperò per non far nascere Gesù Bambino in una galleria delle miniere”.

 L’ onorevole Antonino Calamo [7], un personaggio, come si è detto, di spicco nella politica ciancianese nonché sindaco del paese eletto nel 1956 dopo l’ occupazione delle miniere con il supporto del blocco del popolo alla precisa domanda: Quale fu il ruolo delle donne? Così si esprime: Io che ho vissuto in quanto dirigente della C.G.I.L. e del P.S.I. quelle giornate in maniera intensa, sofferta, posso dire che, a mio avviso, quella lotta l’ hanno vinta le donne, le mogli dei minatori,guidate da compagne che ricordo perfettamente. Fu una bella, grande lotta quella delle donne dei minatori. L’ occupazione ebbe termine dopo 45 giorni, proprio l’ antivigilia di Natale, la paga raggiunse quota Lire 700 giornaliere, i contributi pagati a 13 giorni al mese e la corresponzione degli arretrati migliorarono le condizioni dei minatori e condirono il pranzo di Natale preparato dalle donne, e la manifestazione imponente di duemila persone che sfilò dalle miniere per le vie del paese. Gli accordi stipulati prevedevano la riassunzione al lavoro di undici zolfatari licenziati e poiché gli esercenti non erano stati ai patti, la popolazione invase la sede del telefono pubblico, assediò Municipio e Caserma dei carabinieri e solo dopo l’ avvio dei licenziati al lavoro della miniera la situazione si normalizza anche se solo apparentemente.

 Il lavoro nelle miniere riprese anche se gli agitatori o i capi esponenti, come li definisce un vecchio minatore furono avviati ai lavori più pesanti e pericolosi: Saro Lo Monaco, dirigente comunista, morì schiacciato in una galleria e qualche tempo dopo morì pure in miniera Pietro Pecoraro, giovanissimo, ma i loro nomi rimasero vivi nella memoria della gente e per alcuni anni il loro nome, sia pure con qualche retorica, veniva citato dai compagni socialisti e comunisti alla fine di ogni comizio che chiudeva la campagna elettorale. Le seguenti interviste sono chiaramente illuminanti del caso in questione:Intervista ad Angelo Abella [8]: Quanto guadagnava al giorno, per quante ore? Lavoravo otto ore e guadagnavo, attorno al 1948, poco più d’ un chilogrammo di pane al giorno. Il prodotto estratto dipendeva dalla stessa miniera; riempivamo da cinque a dieci vagoni al giorno, aiutandoci con le mine ( quattro- cinque ). Il vagone conteneva meno di un mc di materiale. Perché occupaste le miniere? Perché non pagavano. Non pagavano gli assegni familiari ma solo i giorni lavorativi: 500 lire al giorno. Dopo non pagarono più né giornate né assegni, così fummo costretti ad occupare le miniere dall’ 8 Novembre al 23 Dicembre 1953. Quindi venne Tano Camizzi e pagò gli arretrati. La paga prima dell’ occupazione era di cinquecento lire; dopo l’ occupazione finì che ci tolsero la camicia e ci abbassarono i pantaloni: dopo quarantasette giorni di sciopero venne portata a seicentosettantacinque lire e i contributi pagati a tredici giorni al mese. Cosa mangiavate? Cosa dovevamo mangiare? Compravamo la “ minuzzatina “, pasta di rifiuto; anche la “ frascatula “ mangiavamo.

Cosa potevo comprare e mangiare con una famiglia di cinque figli? Quanto costava un chilogrammo di pane? Non potevamo saziarci nemmeno di pane. La domenica, quando mi capitava, facevo una giornata in campagna e ci davano centoquaranta lire. Un pane costava 130-135 lire…Dopo l’ occupazione delle miniere fummo denunciati e finimmo a causa. Prima a Bivona, poi a Sciacca. I capi esponenti che avevano un reato furono condannati a trentuno giorni di galera e a seimilacinquanta lire di multa; gli altri a venti giorni con la condizionale.Intervista a Lucia Alessi:[9]Ricordi particolari? Non sapevamo cosa fosse la carne e i bambini non conoscevano giocattoli o caramelle. Pane e cipolla, quando c’ era! Ricordo un mazzo di cipolle in cucina…venne Giovanni; tentò di mangiarle e io a gridargli di non abusarne perché avrebbe lasciato tutti senza companatico…Non potevamo saziarci nemmeno di pane e cipolla: che tristezza! Ad un certo punto, dopo l’ occupazione e ripreso il normale ritmo in zolfara, il marito non potè riprendere il suo lavoro di picconiere perché il figlio s’ era ammalato e nessuno voleva “ prestargli “ il proprio caruso.Intervista ad Alfonso Abella[10]: Quale era la retribuzione di uno zolfataro agli inizi degli anni ’50? Più o meno 400 lire al giorno. Lavoravo dal lunedì al sabato, otto ore al giorno; dalle ore 06:00 alle 15:00, quando si lavorava a giornata. Quando si lavorava a conto proprio ( a cottimo ) fino a quando si completava il numero dei viaggi. Per raggiungere la miniera impiegavo mezz’ ora. Un chilogrammo di pane costava 130-140 lire e io ne consumavo un chilo e un quarto.Perché occupaste le zolfare? Perché non si riusciva a raggiungere un accordo per un aumento anche lieve delle paga. Dopo tanti e tantissimi scioperi c’ è stata la riunione di un Comitato Direttivo, che alla fine, dopo le votazioni, ha deciso di occupare le miniere. Avevate tentato di accordarvi con gli esercenti? Tante riunioni, sedute, appuntamenti a Palermo, alla Regione: ma non si concludeva mai niente. Gli esercenti sostenevano di non poter soddisfare le nostre esigenze perché la paga richiesta era troppo alta, la produzione – sostenevano – era poca e non potevano rimetterci di tasca propria. Come si concluse quella vicenda? Dopo quarantasette giorni di occupazione abbiamo concluso che ci hanno pagato a 400 lire al giorno. Una busta paga che non diceva nulla…solo diceva tante ore a tot lire…ferie non godute. In quelle quattrocento lire c’ era tutto: ferie, marche da bollo…L’ assicurazione era per ventiquattro giorni al mese, i giorni lavorativi. La domenica non si lavorava, a meno che non ci fosse bisogno; anche il giorno di Natale…ero arditore e bisognava andare. Gli assegni familiari ammontavano a quattromila lire al mese per figlio e ce li pagavano ogni due-tre mesi.

La Previdenza sociale diceva di averli spediti…ma li pagavano quando li davano…A fine anno ci fu un’ altra sommossa. L’ occupazione del Municipio perché le cose non andavano…sedute, telefonate…non si risolveva niente…Venimmo denunciati tutti: centocinquantuno, anche quelli che non avevano occupato. Il maresciallo prese l’ elenco degli zolfatari dall’ Ufficio di Collocamento e tutti gli zolfatari furono denunciati al tribunale di Sciacca. Chi non aveva occupato e riuscì a dimostrare la sua estraneità venne assolto; gli altri ebbero novemila lire di multa e sei anni con la condizionale. Nel 1958 ho chiuso con la miniera e sono andato all’ estero.Intervista ad Antonina La Corte:[11]Il sindacato allora non aveva la forza che avrebbe avuto in seguito; tra i politici ci furono vicini Nino Calamo e Cuffaro, che era comunista. Le donne ci riunivamo Alla Lega, dove N. Arcuri, N. Cona e altri ci illustravano l’ evolversi della situazione e ci invitavano a non abbassare la guardia e ad agire. Le più agguerrite eravamo io, la moglie di N. Cona e di N. Arcuri, una bella donna che non aveva paura di nulla. Ci riunivamo la sera, all’ ufficio della Lega; le decisioni venivano prese lì di notte.

L’ ultima volta che siamo andati a Palermo ai rappresentanti regionali abbiamo fatto presente che a Cianciana, quell’ anno, non avremmo fatto nascere Gesù Bambino, perché tutti morti di fame. Ci dissero che avevamo ragione e facemmo una riunione con gli esercenti. Finì a chiasso in quella sede. Pensa – dissi a un esercente – che stai bevendo sangue di disgraziati. Mi rispose che non era ancora riuscito a rientrare dei soldi spesi per avviare la miniera. Avete avuto scontri fisici con gli esercenti? Una mattina gli esercenti vennero in miniera convinti che avrebbero buttato fuori gli operai. Giunti al pianoro li abbiamo presi a sassate. Ci denunciarono e fummo a causa. Io fui condannata a un mese con la condizionale; altre ebbero dai quindici a venticinque giorni, sempre con la condizionale. A conclusione dello sciopero naturalmente si accordarono. Lavorava il picconiere che aveva il caruso; chi non l’ aveva a spasso. Mio marito non aveva un caruso né riuscì a farselo prestare per lavorare magari a turno; così dovette cercare un altro lavoro presso la ditta Bertani e lavorò sei mesi con questa ditta. L’ aumento fu irrisorio, comunque non uniforme.


[1] Archivio di Stato Prefettura di Caltanissetta, atti di Pubblica Sicurezza Pag..26

 

[2] C.Valenti: “Igiene, Vita e abiudini dei Zolfatari” Girgenti 1911 – Pag.7 e seg.

[3] Alessio di Giovanni: “Ni la Dispensa di la Surfara” Palermo 1910 Pag.35

[4] Eugenio e Monica Giannone: “Non si passa” , L’occupazione delle miniere del 1953. notizie e testimonianze di imminente pubblicazione

[5] Eugenio e Monica Giannone: OP.CIT.Pag.5

[6] Eugenio e Monica Giannone:OP.CIT.Pag.5-6

[7] Eugenio e Monica Giannone:OP.CIT.Pag.7-8

[8]  Eugenio e Monica Giannone:OP.CIT. Pag.11-12

[9]   Eugenio e Monica Giannone:OP.CIT. Pag.18-19

[10]  Eugenio e Monica Giannone: OP.CIT.Pag.11-12

[11]  Eugenio e Monica Giannone OP.Cit. Pag 25-26-27

La civiltà dello zolfo a Cianciana. Tesi di laurea di: Salvatore Albanese. Anno accademico 2002-2003


 
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