CIANCIANA.INFO - Il portale su Cianciana by Paolo Sanzeri -Storia, Cultura, Architettura, Turismo, Cronaca ed altro - 31 Luglio: Cerere, il trionfo dell'estate

 

 

 

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31 Luglio: Cerere, il trionfo dell'estate PDF Stampa E-mail
Scritto da Marica Guccini   

 Avvolti dai tepori della bella stagione, apriamo la nostra consueta rubrica di iconografia a nuovi spunti non più unicamente rivolti al sacro. Del resto sacro e profano, due poli dell’arte occidentale, dettero alla nostra tradizione ugual prosperità di temi e frutti.

Inizialmente erano le Horai, tre divinità del mondo greco legate al mutamento climatico e naturale, che divennero quattro nel tardo periodo classico e in quello romano quando, in seguito ai progressi tecnici ottenuti dalla civiltà e all’introduzione del sistema tetradico di suddivisione dell’anno, si fusero stabilmente con le personificazioni delle Stagioni.
Già al tempo delle Horai queste erano tradizionalmente incarnate da splendide e giovani fanciulle, la loro antropomorfizzazione continuò anche dopo il “passaggio” alle Stagioni, ma il loro sembiante di giovane e florida giovinetta si prestò meglio alla rappresentazione dei mesi primaverili ed estivi di rinascita e vita.
Già in epoca romana queste immagini cominciarono a prolificare e Ovidio stesso nell’episodio di Fetone (Metamorfosi, libro II, vv.26-30), ne canonizza le effigi: “..la novella Primavera cinta da una corona di fiori e la nuda Estate portando serti di spighe e l’Autunno imbrattato dall’uva pigiata e il gelido Inverno, irti i suoi bianchi capelli”.
Primavera è una florida e giovane fanciulla coronata di fiori, Estate una donna più matura con il capo ornato di spighe dorate, Autunno un giovane adorno di pampini e uva, e Inverno un vecchio canuto con il capo velato.
Fu poi ben presto inevitabile associare ogni stagioni ad una divinità maggiore, e così Bacco incarnò la stagiona autunnale, Cerere divenne l’estate, Venere Flora o Proserpina la primavera, mentre inverno rimase un anonimo vecchio velato.

Cerere

Se Cerere venne quasi naturalmente scelta come personificazione dell’Estate lo si deve al suo essere, come rivela l’etimologia, la dea protettrice delle colture cerealicole e quindi, per estensione, della coltivazione e dell’agricoltura.
In origine antica dea italica protettrice della vegetazione e dei campi Cerere, divenendo poi divinità dell’agricoltura, fu automaticamente eletta patrona del vivere civile poiché ha reso possibile, facendo conoscere all’uomo i modi per “governare” la terra, passare dal nomadismo e dalla raccolta a un grado superiore di civiltà.

... la prima a dissodar la glebe
coll'aratro insegnò; prima le biade
i più soavi nutrimenti diede;
a noi prima diè leggi; ed ogni cosa
riconosciamo da lei.

(Ovidio, Metamorfosi, libro V, vv. 340-343)

Ben presto Cerere si identificò pienamente con la Demetra greca, assumendone la storia e tutti i tratti caratteristici. Ciò avvenne quando gli etruschi guidati da Porsenna erano intenti ad attaccare l’ancora giovane Repubblica Romana. In quegli anni incombeva la minaccia di una carestia sulla città, consultando i Libri Sibillini (raccolta d’oracoli greci) si decise, come via di salvezza, d’introdurre a Roma il culto di Dioniso (poi Bacco) e di Demetra. Cerere passò così ad assumere i tratti di una celebrata divinità greca passando da divinità provinciale a nuova dea olimpica di grande fama.
Il suo culto più antico in Roma è registrato sull’Avetino nel 493 a.c.
Cerere figlia di Saturno e Rea fu quindi sorella di Giove, ma la cosa non le negò di diventarne la moglie e dall’unione nacque la bella Proserpina.

Iconografia d’Estate

L’iconografia della dea fu sempre piuttosto riconoscibile: ha i capelli biondi, stretti da un nastro rosso e incoronati da spighe di grano, impugna con la mano destra una fiaccola accesa simbolo della stagione estiva e talvolta stringe con la sinistra una falce che ben si addice all’attività agricola, ma più sovente impugna un papavero, ai suoi piedi giacciono tre serpi aggrovigliate.
È lo stesso iconografo Vincenzo Cartari che, nel suo trattato veneziano del 1647 dal titolo Immagini delli dei de gl’antichi, fortunatissima guida iconografica per artisti, descrive Cerere come una “matrona con ghirlande di spiche in capo”, cui sono associate le serpi in memoria del grande serpente narrato da Esiodo. Questo, scacciato da Salamina dove terrorizzava gli abitanti, andò a rifugiarsi proprio nel tempio di Cerere a Eleusi divenendo così uno degli attributi della dea. Cartari aggiunge poi che alla dea si confà la veste gialla del colore delle spighe di grano e dell’Estate, e proprio in quanto personificazione della stagione più calda le è attribuita anche la torcia accesa, come spiega l’altro grande iconografo Cesare Ripa nella sua Iconologia del 1603 “per l’ardente facella accesa, credo, che si debba intendere il tempo dell’Estate, quando più ardono i raggi del Sole, i quali fanno maturare le biade, & anche quando s’abrugiano li sterpi, e stoppie de i campi”.

Cerere venne poi spesso ricordata nell'episodio del ratto della figlia Proserpina. Rapita dal dio degli inferi Plutone, la fanciulla divenne sua sposa. Cerere la cercò invano per molto tempo fino a quando apprese dal Sole la verità sulle sorti dell’amata figlia. La collera che immediatamente la colpì provocò l'inaridimento della terra rendendo i raccolti infruttuosi. La situazione divenne ben presto così drammatica da costringere Giove stesso a intervenire stabilendo che Proserpina trascorresse due terzi dell'anno sulla terra e un terzo nel regno dei morti governato dal marito.
Traccia della vicenda si ritrova ancora nell’iconografia della dea, in particolare in quella torcia impugnata nella mano e utilizzata durante la ricerca della figlia che, oltre a rappresentare il calore estivo, diventa segno tangibile di quel doloroso viaggio.

Raffigurazioni di Cerere

Sin dall’epoca romana la rappresentazioni di Cerere occuparono i sarcofagi lapidei di tanti aristocratici romani oltre che divenire soggetto di molte statue di culto come l’esemplare di Galleria Borghese a Roma.
Da quel periodo gli attributi tipici della Dea si canonizzarono e rimasero immutati fino al Rinascimento quando riacquistò nuova fortuna e fu ampiamente utilizzata entro decorazioni parietali di ville e palazzi.
È il caso, ad esempio, degli affreschi di Baldassare Peruzzi nella Sala delle prospettive della celebre villa Farnesina oltre il Tevere, dove la dea è rappresentata sul suo carro simbolo del suo trionfo oltre che mezzo utilizzato per la ricerca della figlia Proserpina.
Lo stesso Raffaello la fece soggetto di un’opera, rappresentandola come erma scultorea entro la nicchia di un piccolo dipinto oggi conservato al Louvre.

La rappresentazione di Cerere non mancò poi nemmeno di fare la comparsa nel plumbeo mondo nordico avvezzo ai favori del bel clima mediterraneo.
Gli artisti fiamminghi amarono in particolare rappresentare un detto tratto dalla commedia l’Eunuco scritta da Terenzio nel 161 a.C. che recita “sine Cerere et Baco friget Venus”, laddove Cerere e Bacco sono chiamati a rappresentare il cibo e il vino in assenza dei quali si raffredda l’amore.
È il caso del dipinto su rame, prezioso per tecnica e fattura, eseguito dall’olandese Joachim Anthonisz Wtewael (1586 – 1638) di recente battuto all’asta da Sotheby di New York.

Ma non mancano poi gli esempio di Rubens: uno del 1614 oggi a Vienna, dove un piccolo amorino è intento, ai piedi di Cerere, ad attizzare il fuoco amoroso, l’altro, successivo, dei musei di Bruxelles, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito scorrendo i nomi di moltissimi pittori e incisori fiamminghi che consacrarono il soggetto come uno dei più raffigurati tra Cinque e Seicento.

Il secolo successivo, in un contesto che vide la caduta dei tradizionali valori etici e cristiani verso una progressiva laicizzazione del pensiero accompagnata dalla conseguente maggiore frivolezza dei costumi, furono invece i francesi ad utilizzare ampiamente l’immagine di Cerere in dipinti utili a rallegrare e impreziosire le loro nobili abitazioni.
È questo il caso delle Quattro stagioni oggi alla Frick Collection di New York, opera di Francois Boucher, inarrivabile per le sue capacità cromatiche e per l’immediatezza con la quale seppe rendere epidermidi e stoffe.
E ancora non manca l’esempio del più raffinato Watteau il quale, oltre a dipingere quattro pannelli allegorici con le Stagioni per la stanza da pranzo di Crozart’s Paris House nel 1715, raffigurò un vero e proprio Trionfo di Cerere dove in una natura rigogliosa, sullo sfondo di antiche rovine, la dea è incoronata e circondata da un festoso corteo di amorini.

Il magico esempio di Elsheimer
..e infine Arcimboldo

Voglio chiudere questa breve trattazione lasciandovi l’impressione di due particolari iconografie, l’una propriamente riferibile a Cerere l’altra alla più generica estate, che meglio hanno saputo colpire la mia personale curiosità. 

La prima riguarda il frutto del lavoro di un pittore splendido, ma ancora poco conosciuto rispetto a quanto meriti, il tedesco Adam Elsheimer che, a cavallo tra Cinque e Seicento, seppe lasciarci piccoli capolavori quali La fuga in Egitto di Monaco, dove gli impressionanti giochi di luce si intrecciano a una conoscenza astronomica innovativa sulla scia delle scoperte di Galileo.
Il piccolo esempio al quale vorrei rimandarvi si trova al museo del Prado e raffigura Cerere e Stellione. L’episodio tratto dalle Metamorfosi di Ovidio (libro V, 446-61) narra di come Cerere in viaggio per cercare la figlia Proserpina, arrivò alla casa di una donna che le offrì dell'acqua. Assetata la Dea bevve con grande avidità e Stellione, il figlio della donna, non perse l’occasione per schernirla accusandola d’ingordigia. Questo provocò l’ira di Cerere che subito lo trasformò in lucertola.
Elsheimer, che amò molto il soggetto tanto da riprenderlo più volte, rappresentò il momento in cui, avvolta dalle tenebre della sera, Cerere bevve assetata alla porta della donna, ai suoi piedi il carro e la torcia utilizzati per le ricerche giacciono alla rinfusa, mentre il figlio Stellione schernendo la Dea esala le ultime parole, trattenuto dalla mano dell’anziana madre che pare quasi presagire il risentimento della Dea.

Infine le immancabili rappresentazioni delle Stagioni di Arcimboldo, pittore italiano che nel Cinquecento eseguì le otto piccole tavole allegoriche destinate a ornare le pareti della residenza imperiale di Massimiliano II d’Asburgo, assemblando corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo tanto care alla filosofia aristotelica.
I ritratti sono infatti composti direttamente dai frutti di quella specifica stagione in un rapporto sinedottico tra le due.
Seppur collocate al di fuori del solco tradizionale, Arcimboldo seppe creare allegorie delle Stagioni tanto efficaci da essere tutt’ora molto celebri e da suscitare il sorriso di chi le guardi. 

Buona Estate!

 
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