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Grotta del Cavallo: considerazioni storico-archeologiche PDF Stampa E-mail
Scritto da Sebastiano Tusa   
    

 Recentemente, sul versante orientale del Monte Inici, rilevante massiccio che si erge a breve distanza dal Golfo di Castellammare (Trapani), da Segesta e dall’insediamento medioevale di Khalatameth, é stato identificato un ricco ed articolato dedalo di grotte di origine carsica  (I.G.M.: F. 257 INE Segesta 0°25’ 15’’/ 37° 58’ 30’’) legate al fenomeno termale tuttora esistente nelle immediate vicinanze, alle Terme Segestane.

Tali grotte hanno uno sviluppo interno di alcune migliaia di metri e conservano in molteplici punti segni evidenti della presenza umana sia preistorica che medioevale. La Sopraintendenza per i BB CC AA di Trapani, diretta dalla Dott.ssa Rosalia Camerata Scovazzo, con il supporto logistico del Club Alpino Italiano, ha intrapreso una campagna di scavi preliminare, durata dal 28 Ottobre al 13 Novembre 1992, diretta da chi scrive, per accertare la consistenza del deposito archeologico.
            Il cantiere di scavo é stato condotto con le metodologie tipiche dell’intervento in grotta, cioé flottando (lavando in acqua) tutto il deposito terroso di scavo per identificare non soltanto i reperti archeologici anche più piccoli, ma resti di fauna e microfauna, malacofauna e carboni vegetali al fine di ricostruire il quadro ambientale completo dell’epoca ed il ruolo dell’uomo in esso. Per impiantare tale tipo di cantiere si sono dovute superare difficoltà logistiche non indifferenti essendo la zona impervia e priva di energia elettrica e di incontaminata bellezza dei luoghi e della grotta, ricchissima in stalattiti e stalagmiti.
            Il primo saggio di scavo é stato praticato in una delle grotte- la  Grotta del Cavallo -, a circa m. 120 da uno degli ingressi attuali, ma a circa m. 20/30 da un ingresso oggi ostruito. Il saggio é stato effettuato presso la parete di una sala che doveva trovarsi, quindi, non lontano dall’ingresso della grotta, oggi ostruito. La profondità massima raggiunta dal saggio (ma lo scavo si é interrotto per fine campagna e, quindi, il deposito archeologico continua ancora in profondità) é di circa m. 3.00. Gli strati sono costituiti principalmente da sedimenti sciolti ricchi di scaglie litiche e materiale organico (ossa animali, ceneri, carboni), nonché reperti ceramici attribuibili tra il neolitico e l’eneolitico iniziale.
            La sequenza culturale finora identificata, va dal neolitico medio (facies di Stentinello) all’eneolitico medio (facies di Serraferlicchio), a giudicare dai reperti ceramici raccolti. Tuttavia sono stati anche prelevati campioni di carbone che sono già stati datati con il metodo del radiocarbonio offrendo valori cronologici in linea con la cronologia supposta per i periodi in questione. L’interesse per la Grotta  é dato dal perfetto stato di conservazione del deposito che appare incontaminato da quando l’ultimo abitante preistorico ne calpestò il suolo. L’impressione che si ricava attraversando le altre sale della lunga cavità é di trovarci di fronte  ad un’occasione irripetibile per la ricerca scientifica. Non é facile, infatti, trovare cavità così ricche di stratigrafia dato che, come é noto, la quasi totalità  delle grotte siciliane é stata svuotata in tempi più o meno recenti. La visione desolante della roccia di fondo affiorante in numerose grotte é qui assente.  Si cammina in un soffice terreno archeologico dal quale fuoriescono qua e la frammenti di ceramiche passate e oggetti in pietra lavorata.
            Il repertorio materiale che si trova negli scavi non riveste alcuna importanza sul piano artistico e venale trattandosi di ceramiche frammentarie, strumenti in osso e in pietra. Tuttavia  alto é l’interesse scientifico poiché per la prima volta é possibile studiare nel suo divenire millenario una comunità cavernicola la cui conoscenza riveste ancora più importanza poiché situata in un ambiente del tutto particolare. Non siamo, infatti, sul mare o nel tipico ecosistema collinare siciliano tanto comune. Ci troviamo in un ambiente che definirei montano potrebbe apparire paradossale dato l’incantevole panorama sul golfo, ma che in effetti lo é date l’altezza e la morfologia dei luoghi.
            Com’é noto negli anni 70 abbiamo avuto la possibilità di analizzare a fondo una comunità vissuta tra la fine del paleolitico superiore ed il neolitico nella baia dell’Uzzo, nell’omonima grotta, oggi in piena riserva dello Zingaro. Là si trattava di una comunità rivierasca che integrò le normali attività di caccia prima ed agro-pastorali dopo l’avvento del neolitico, con la pesca.
            Cosa ci riserverà lo studio dei resti bioarcheologici della Grotta del Cavallo? Ciò che al livello preliminare possiamo dire é che probabilmente i gruppi neolitici che vissero su questa vetta praticavano una fiorente pastorizia oltre all’agricoltura possibile sul pianoro sommitale del monte. Tuttavia é ipotizzabile che fosse una comunità marginale rispetto ai vicini costieri, ma non per questo più arretrata e meno dotata sul piano materiale.
            Abbiamo notato, infatti, la presenza di una ricca serie di ceramiche finemente decorate da incisioni secondo gli stili di Stentinello (neolitico) e San Con - Piano Notaro (eneoltico) e da pittura secondo gli stili di Serraferlicchio e del Conzo (eneolitico). Accanto vi é una ricca industria su osso (aghi, punte e spatole) nonché un’articolata industria litica in selce e ossodiana. La presenza del tipo vetro vulcanico liparota ci induce a pensare che queste comunità montane non erano del tutto estranee a ciò che circolava sulla costa traendo benefici dai contatti trasmarini.
            Presso un’altro ingresso alla medesima grotta, denominata Grotta dello Spirito, un piccolo saggio (anch’esso non finito), ha messo in evidenza la presenza di materiale medioevale. A questo periodo ci porta prepotentemente il non lontano Abisso dei Cocci, difficilmente raggiungibile, dove abbiamo constatato l’esistenza di molta ceramica sparsa sul suolo roccioso pertinente i secoli XI-XV. Tale presenza cospicua di ceramiche medioevali; giustificabile con una frequenza intensa di cavità, é da mettere in relazione con il vicino insediamento di Khalatameth, recentemente scavato da archeologi francesi. È probabile che tale grotta servisse da ricovero per i pastori che dall’insediamento presso il fiume si avventuravano per giorni sulle alture vicine.
            Da questa scoperta e da ciò che già conosciamo attraverso gli scavi alla  Grotta dell’Uzzo, possiamo trarre già i primi indizi per iniziare a delineare la prima pagina di storia di questo incantevole territorio. Sappiamo che anche qui, come in altre parti del globo, si consumò uno dei traumi più dirompenti della storia umana: la scoperta dell’agricoltura con il conseguente abbandono del sistema venatorio di sussistenza. Sappiamo che dopo le prime fasi di sperimentazione agro-pastorale, l’allevamento iniziò ad avere un ruolo preminente tra le comunità neo-eneolitiche della Sicilia (tra il V ed il III millennio a.C.). In quest’ottica lo scavo alla Grotta del Cavallo riveste un ruolo importante poiché ci permette di capire la genesi di un sistema e di una cultura pastoralistica che, come sappiamo, tanto peso hanno avuto nella storia della Sicilia fino in tempi,recenti.
Sebastiano Tusa      
Soprintendenza BB.CC.AA. Palermo
Sez. Archeologica[1]           
 


[1] Pubblicato in  MONTAGNE DI SICILIA, Bimestrale delle Sezione Siciliane del Club Alpino Siciliano, Speleologia siciliana 1993.
 
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