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Scritto da Paolo Sanzeri   

   Anteprima

ATTIVITA’ ESTRATTIVA

Lo sfruttamento industriale dello zolfo inizia nel 1736, in seguito a studi iniziati in Inghilterra, quando se ne scoprirono le applicazioni chimico-farmaceutiche ed agricole, e continua sino agli anni 60 del 900.

Era conosciuto dai romani e dagli arabi che lo raccoglievano dove affiorava nelle zone vulcaniche.

 

Anche in età normanna e nel medioevo, è documentata l’attività estrattiva sia dello zolfo che del sale, ed il Fazello informa che nel territorio di Palma di Montechiaro, attorno al 1500 si estraeva zolfo che, addirittura già in età proto-storica, sembra essere stata praticata perché le miniere di zolfo, erano sicuramente conosciute fino dai tempi antichi ed i recenti scavi archeologici su Monte Grande, nello stesso territorio di Palma di Montechiaro, hanno evidenziato i contatti con il mondo egeo-levantino, ci fù un rapporto costante di tipo commerciale che interessò l’approvvigionamento dello zolfo per il quale mercanti del Peloponneso di Egina delle isole egee e di Cipro veleggiavano verso il canale di Sicilia toccando la costa agrigentina molto prima che arrivassero su questi stessi lidi i mercanti micenei nel XIV sec. a.C., come dimostrano ulteriormente i recenti scavi dei siti di Madre Chiesa e di Cannatello.

La Sicilia nell’Ottocento è stata il primo produttore e fornitore con il 90 % dello zolfo mondiale.

A Cianciana le zone di sfruttamento dei giacimenti erano essenzialmente due: quella a nord-est, la più ricca, coi nomi di "Grotticelli", “Passarello” e "Falconera"; quella a nord-ovest, più povera, con le miniere di "Passo di Sciacca" e " Savarini". Nei quali è ancora possibile vedere le tracce delle strutture che servivano per l’estrazione del minerale. Ciò che rimane sono i ruderi degli edifici di servizio, di cui alcuni dalla compagine esteriore sono ancora perfettamente leggibile, molto semplici e rigorosi nelle loro linee essenziali, con finestre regolari e muratura in conci di pietra a vista.

A fare da piano di calpestio è sparso uno strato di rosticci, residui della lavorazione dal colore bruno, talvolta raccolti in cumoli e poi, emergenti qua e là, forni circolari in pietra, vecchie ciminiere, ingranaggi arrugginiti, gallerie di ingresso nel sottosuolo. Brillano alla luce i cristalli di sale con incrostazioni di zolfo dal colore giallo intenso che ricoprono anche le volte delle gallerie o, come a “Passo di Sciacca”, il tetto di una grotta che era l’ingresso di una miniera.

In queste miniere gli strati di zolfo si rinvenivano uniti alla marna azzurrina, qualche volta rinchiusi nel gesso. A volte si trovava il minerale a filoni più o meno larghi, che i picconieri chiamavano “Saurre”. Frequenti erano le spaccature denominate “garberi”, dalle quali si estraevano gruppi di cristallo di stronziana, magnifiche aragonite e anche avanzi fossili di animali marini e vegetali.

La ricerca dello zolfo iniziava dagli affioramenti del briscole, considerato come il vero rappresentante dello zolfo, e quindi se ne seguiva l’andamento in profondità per rintracciare il minerale. Altre indicazioni erano date dalle sorgenti di acque solforose. Da queste prime indicazioni iniziavano i primissimi lavori di ricerca con la messa in opera degli scavi per la realizzazione delle gallerie, dette anche discenderie che procedevano per mezzo di scale molto irregolari.

Trovato il minerale di zolfo, il coltivatore faceva incominciare ai picconieri il lavoro di estirpazione. Il mezzo usato dai minatori per abbattere il minerale era costituito quasi esclusivamente dal piccone o, se la roccia era particolarmente dura, dalle mine mediante la realizzazione, nella roccia da cavare, di buchi che venivano, in seguito, riempiti di esplosivo e fatti poi esplodere. Una volta abbattuto il materiale da parte dei picconieri, iniziava il lavoro di trasporto dello stesso fuori dalla miniera, effettuato dai “carusi” mediante il trasporto a spalla su per le gallerie di uscita.

L’acqua presente nella miniera per effetto della porosità della roccia e per la presenza di fessure, era trasportata all’esterno o per mezzo degli stessi minatori con l’ausilio di recipienti o con l’ausilio della tecnologia che nei migliori casi era rappresentata da rudimentali pompe.

L’illuminazione delle miniere veniva fatta fino al 1920 con lampade di terra cotta ad olio, che venivano dette “lumere”, in seguito vennero utilizzate le lampade ad acetilene.

Dopo che i “carusi” avevano trasportato all’esterno delle miniere il materiale cavato, zolfo misto a roccia, lo stesso veniva depositato in cumoli, si passava quindi alla fusione per separalo dalla ganga sterile a cui era unito.

Nelle miniere di Cianciana si usavano tre metodi per la fusione del minerale. Il primo metodo usato è quello della carcarella, costituita da una piccola fornace di forma circolare, dalla base inclinata, in cui veniva messo a bruciare il materiale cavato; lo zolfo presente, ridotto allo stato liquido, colava per un piccolo foro presente nella parte anteriore della carcarella e quindi si raccoglieva nei recipienti in legno, dette “gavite”. Il secondo metodo utilizzato era quelo di trattare il minerale con il Calcarene, che differiva dalla precedente carcarella per la copertura del cocuzzolo e per altri perfezionamenti effettuati. Il terzo metodo, utilizzato a partire dal 1911, era l’utilizzo del forno Gill, costituito da due o più celle adiacenti in muratura avente sezione a tronco di cono, sormontate da una calotta avente nel centro un foro per il carico del minerale. Quest’ultimo metodo permetteva una resa maggiore ed è stato adottato per tutto il periodo fino alla chiusura delle miniere.

Molti erano gli operatori delle miniere: industriali, capi-mastri, sorveglianti – catastieri, scrivani, carrettieri, “vurdunara”, picconieri, “carusi” e donne.

Ma lo sfruttamento irrazionale non permise una reale evoluzione di tale industria, rimasta allo stadio rudimentale, poiché molto spesso le miniere erano date in affitto (gabella) per nove anni, in cambio di una percentuale del prodotto (estaglio), che poteva arrivare al 30%, per cui gli affittuari non miglioravano i processi estrattivi, bensì miravano all'utile immediato,.

L’unica innovazione fatta rispetto ai secoli precedenti era stata l’introduzione di alcuni carrelli su rotaie, in tutto otto in tre miniere, e del piano inclinato che sicuramente aveva, anche se di poco, alleviato la fatica dei carusi.

Nell’anno 1839 erano presenti a Cianciana ben nove miniere, denominate: Falconera (in c.da Falconera), Cappadona (in c.da Falconera), Tamburello (in c.da Raddoli), Polizzi (in c.da Raddoli), Guida (in c.da Raddoli), Mormino (in c.da Raddoli), Savarini (in c.da Raddoli), Balate (in c.da Balate del territorio di Bivona), Ciniè (in c.da Ciniè del territorio di Alessandria della Rocca).

Nel 1880 erano attive 15 miniere che davano lavoro a 597 operai.

Nel 1883 un picconiere guadagnava 2 lire al giorno, un caruso fino a dieci anni 0.35 lire e un caruso più grande fino a 1.30 lire.

Lo zolfo, in mancanza di infrastrutture di viabilità, veniva trasportato esclusivamente a dorso di mulo dalle miniere, che distano 2 Km. circa dall'abitato, ai magazzini, dai cosiddetti “vurdunara”. Da qui con carretti trainati da mulo veniva trasportato a Porto Empedocle.

Tale sistema venne abolito con l’arrivo della ferrovia a Cianciana. Nel mese di agosto del 1922, fu completato il tronco ferroviario che collegava la stazione di Magazzolo-Cianciana con quella di Lercara Bassa.

In Sicilia la gestione del commercio dello zolfo era detenuta da molti forestieri, anche francesi ed inglesi; si ricorda che nel 1836 il re Ferdinando II di Borbone aveva concesso al francese Aimée Taix di costruire una raffineria di zolfo con due camere di sublimazione a Porto Empedocle; in seguito lo stesso Taix con Arsenio Aycard ottenne il monopolio di acquisto e vendita dello zolfo siciliano, arricchendosi; quasi mai i proventi della vendita vennero reinvestiti nelle miniere sia per migliorare la produzione sia per alleviare le inumane fatiche dei carusi e dei picconieri.

Anche gli inglesi erano presenti a Cianciana, già nell’anno 1838 avevano aperto una succursale della loro compagnia “Morrison Seager & Co.”, ed erano comproprietari della miniera Falconera che in seguito rimase inattiva per peculiari circostanze che non permettevano di trarne profitti.

Un imprenditore, Vincenzo Di Giovanni, proveniente da Casteltermini ove in precedenza commerciava pelli, chiese alla casa inglese, con la quale in passato aveva avuto relazioni commerciali, la facoltà di riattivare la ricca miniera. Il Di Giovanni, nell’anno 1843, oltre che la possibilità di riattivare la miniera, ottenne anche i mezzi necessari allo scopo. In seguito all’ottimo profitto ricavato sia dal Di Giovanni che dalla compagnia “Morrison Seager & Co.”, il proprietario Marco Seager nel febbraio 1847 cedeva all’imprenditore Vincenzo Di Giovanni, per un discreto prezzo la miniera. Il Di Giovanni, rimasto unico proprietario della miniera, ottenne discreti profitti e aprì e mantenne, nel periodo dal 1859 al 1866, propri depositi di zolfo a Porto Empedocle.

Il Gaetano Di Giovanni così descrive le peculiarità delle zolfare ciancianesi: I terreni solforosi del territorio di Cianciana riescono pregevolissimi anche all’occhio indagatore del dotto naturalista; chè in essi abbondanti sono le spaccature (garbèri), dalle quali ritraggonsi le bellissime cristallizzazioni dello zolfo, gli stupendi gruppi di cristallo di stronziana, le magnifiche aragoniti, e non pochi avanzi fossili di animali marini e di vegetali.1

1 Gaetano Di Giovanni, Sulla strada nazionale da Bivona a Girgenti.

 

La produzione nell’anno 1957:

- Cona: 1.758 ton. di mat. estratto e 159 ton. di zolfo prodotto;

- Cappadona: 614 ton. di mat. estratto e 56 ton. di zolfo prodotto;

- Piazza: inattiva;

- Prazza: inattiva;

- Stradella: 11.183 ton. Estratte e 1.017 di zolfo prodotto.

La produzione era scesa negli anni: dalle 10.588 tonn. del 1905 era passata alle 3.005 tonn. del 1960.

Nel 1959, da parte del Centro Sperimentale per l’Industria Mineraria, a Cianciana furono eseguiti cinque sondaggi per mt. 1.337,80. Scopo di questi sondaggi era soprattutto quello di aiutare l’industria artigianale locale, la cui attività era sempre in più difficoltà per esaurimento delle vecchie miniere.

Due fori furono praticati nell’ambito delle miniere Falconera e hanno avuto discreto esito, specie il primo che da mt. 51.50 a mt. 55.10 incontrò uno strato mineralizzato con qualche intercalazione sterile.

Da notare che in tale foro, dopo il calcare sottostante sterile, si ripresentarono i gessi e il foro fu spinto fino alal profondità di mt. 419 restando nei terreni di tetto della serie. Gli altri 3 fori furono ubicati nell’ambito della miniera Savarini, con risultato praticamente negativo.1

Così come la produzione, era calato il numero degli operai occupati, dai 1322 occupati del 1902 ai 421 del 1953, ai 270 del 1960.

Le minieri di Cianciana hanno chiuso ufficialmente il 2 maggio 1962.


1 Centro Sperimentale per l’Industria Mineraria. Palermo. Settembre 1959. Relazione a firma di Stefano De Lisi.

 

 

 

Articolo tratto dal libro: "Sant'Antonino di Cianciana.  Storia di una città di nuova fondazione", Anno 2007, scritto dall'Arch. Paolo Sanzeri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Breve descrizione dell'opera: Il libro si occupa di descrivere Cianciana fin dalle sue origini, Che non coincidono con la data ufficiale di fondazione, ma inizia dall'età del bronzo fino ai primi del '900. Inoltre il libro Tratta dell'archeologia dell'architettura, dell'urbanistica, dell'arte, dell'ambiente e di altri temi inerenti il territorio comunale, in particolare del fiume Platani e della ex Rete Ferroviaria.

Il libro è disponibile presso il bookshop del Museo Civico.

 
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