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Terra di rapina. PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Randazzo   

C’è un libro di bellezza feroce in questi giorni negli scaffali delle librerie: è la ristampa Sellerio di Terra di rapina che Giuliana Saladino, una giornalista dell’Ora di Palermo scomparsa qualche anno fa, ha scritto tra il ’73 e il ’75 e pubblicato nel ’77 per i tipi di Einaudi.

E se anche fosse solo per la qualità della scrittura presente in esso, varrebbe la pena di leggerlo questo libro: una scrittura agile, documentata, senza autocompiacimento, una scrittura che si iscrive esattamente in quelli che potrebbero essere i canoni di un reportage giornalistico, come scrive giustamente Antonio Calabrò nella sua nota introduttiva. Una scrittura che è sempre partecipe di quanto racconta: partecipe politicamente, umanamente, responsabilmente partecipe, anche quando assume accenti di disincantata ironia o di cupo pessimismo che sono tipici della migliore letteratura siciliana. Ma vediamone il contenuto e, se possiamo distinguerli forma e contenuto, è perché questo non è un romanzo. Non c’è fiction: questa è la storia vera e tragica di Giuseppe Di Maria, giovane contadino di Cianciana, paese dell’Agrigentino, che, per uscire dalla assoluta indigenza di sostanze ma sopratutto di senso e di speranze, che attanaglia la sua vita e quella di decine di migliaia di contadini siciliani dopo le delusioni provocate dal fallimento della riforma agraria che l’autonomia siciliana ha partorito nel ‘50, compie un sequestro prima (nel ’55, ai danni del barone Agnello) e una rapina, finita nel sangue, poi (nel ‘72 in una banca di Carmagnola in Piemonte). L’idea centrale di questo reportage è: scoprire come possa trasformarsi in bandito un giovane la cui indole tranquilla non avrebbe mai lasciato presagire esiti così drammatici. Ma scoprire anche che il destino di Giuseppe, "se un destino esiste", non è affatto un destino singolare, ma ha radice politica e trova infinite possibilità di declinazione nelle vite di tantissimi contadini che, davvero solo per caso, hanno trovato altre strade (anche letteralmente, con l’emigrazione) per uscire da quella situazione infernale in cui si trovarono a vivere in Sicilia in quel periodo: e si trattava forse della migliore gioventù che l’isola avesse mai conosciuto perché nata e cresciuta nel fuoco di lotte di liberazione sociale che l’avevano resa vitale, preparata, politicamente consapevole. Si parte dalla vicenda tragica del Di Maria quindi, e si prova a spiegarla, senza meccanicismi deterministici e senza neppure facili unilateralismi politico-culturali, attraversando numerose testimonianze che riguardano le lotte per l’applicazione della legge Gullo del ’43 (che consentiva un’equa distribuzione dei prodotti del lavoro agricolo tra proprietari terrieri e contadini) e poi per la conquista della terra col frazionamento del latifondo: un obiettivo politico di enorme portata, il cui raggiungimento diede vita ad un epopea di lotte che fu tanto entusiasmante quanto poi dovette essere dolorosissima la delusione per la beffa che fu perpetrata ai danni dei contadini utilizzando la legge regionale di riforma agraria del ’50. Una legge che consentiva in sostanza ai contadini di possedere, acquistandoli a costo di ulteriori grandissimi sacrifici, solo degli appezzamenti marginali e poco produttivi: "una rapina" insomma, l’ultima di tante, e di qui l’indebitamento, il senso assoluto di frustrazione, di qui la partenza per il nord Italia, o per la Germania, l’Inghilterra, la Francia. Di qui, ancora, la distruzione della possibilità per la Sicilia di un ingresso vitale, ordinato e consapevole nella storia, nella modernità. E la modernità irrompe anche in Sicilia alla fine degli anni sessanta con la forza di un fiume in piena che travolge, senza modificarlo, quel poco che trova sulla sua strada: "In pochi anni, con pochi tocchi e senza che nessuno ci metta qualcosa di suo, la Sicilia diventa irriconoscibile e indecifrabile… Il benessere dello sviluppo altrui piove prima rado poi sempre più fitto sul sottosviluppo, lo camuffa sotto una coltre di cianfrusaglie…. I pescatori hanno stivali di gomma come nei film senza che il loro tenore di vita e il livello del loro abbrutimento mutino di una virgola, i contadini hanno l’Ape e continuano a partire per la Germania…."

Giuliana Saladino
Terra di rapina

Sellerio Editore, Palermo, pp.137, l. 15.000

 
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