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Il Ciancianese fa puzza di terra e di zolfo. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Giannone   

Non c'è nulla di offensivo nella definizione perché terra e zolfo, odore e non puzza, sono i caratteri distintivi, il marchio indelebile degli abitanti di quel paese.

Non c'è nulla di offensivo nella definizione perché terra e zolfo, odore e non puzza, sono i caratteri distintivi, il marchio indelebile degli abitanti di quel paese.

Di Giovanni non fa eccezione, cantò le voci del feudo ma volle aggiungervi un altro tema, quello della zolfara, che avrebbe riscosso un notevole interesse e sul quale si sarebbero soffermati, seppure con diverse interpretazioni, autori del calibro di Pirandello, Aniante, Rosso di San secondo, Giusti-Sinopoli, Savarese, Lanza e, ultimo solo in ordine temporale, Sciascia.

La zolfara: un'altra struttura economica che veniva ad accostarsi, senza sollievo per chi già vi consumava la sua esistenza, a quella del feudo.

La zolfara: un inferno dantesco, senza luce, senza speranza, che il Di Giovanni, figlio e nipote di proprietari di miniere, ben conosceva. Il nonno Vincenzo aveva rilevato attorno agli anni '40 del XIX secolo l'attività estrattiva dalla ditta inglese Morrison Seager, rivitalizzandola e fondando su di essa la fortuna economica della famiglia.

Un mondo, quindi, che Alessio conosceva direttamente e che lo sconvolgeva per le sofferenze che vi si consumavano; un mondo dove lavoravano più di mille suoi paesani, che egli vedeva andare e tornare col buio e che alla fioca luce di un lucignolo o di un'acetilene trascorrevano la loro giornata lavorativa, per poi, la sera o la domenica, affogare le tribolazioni in un bicchiere di vino, consumato nel pianterreno di casa Di Giovanni, dove la "gnora Maria la Gammillera" vendeva vino per conto di Gaetano e dove il piccolo Alessio li scrutava attentamente.

I bevitori - scrive- "non mancavano mai: nei pomeriggi e nelle sere di domenica, la stanzuccia n'era tutta piena e rumorosa. Eran zolfatai la maggior parte, pallidi, scarni, con la voce roca, di poche parole, alcuni quasi tetri. Sbevazzavano, si offrivano (…) vino l'un l'altro, bestemmiavano…" "Fiaccati dalla vita dura e penosa…,abbrutiti, sfiduciati, essi cercavano nel vino l'ebbrezza dello oblìo" (1). Erano così assuefatti al vino che un solo bicchiere li faceva traballare, rendendoli quasi ebeti.

In quella bettola il bambino Di Giovanni conobbe un vecchio minatore, "stentito, risecchito", che ogni sera gli raccontava le storie; anche dei carusi, suoi sfortunati coetanei che gli davano del voi, come si addice ad un padroncino.

Storie, episodi, osservazione diretta che dovevano intristirlo e che ai suoi occhi innocenti dovevano apparire inspiegabili. Come poteva accadere che uomini, donne, bambini venissero martoriati in quel modo e creduti "di un'altra specie,…sostanza più grossolana…fatta per uso signorile…"?.

Bisognava avere rispetto della dignità di quei derelitti - gli insegnava la madre, che "non fu mai orgogliosa, mai superba"(1)-. Da Filippa Guida Alessio ereditò tutto il suo umanitarismo, il sentimento religioso e francescano con la com-passione per le sofferenze altrui che un cuore nobile, un'anima bella può nutrire.

Quali fossero le reali condizioni di vita e di lavoro degli zolfatari è inutile ribadire ed esiste a proposito una vasta bibliografia.

Voglio portare a vostra conoscenza quanto mi riferì, qualche anno fa, un vecchio zolfataro mio amico: "In miniera lavoravamo mio padre, picconiere, io e un mio fratello, carusi. Guadagnavamo, in tre, una lira e venti centesimi mentre un chilo di pani di chiazza costava lire 1,40"!

Ancora nel 1953, poco prima dell'occupazione delle miniere, che si sarebbe protratta per quarantacinque giorni, la retribuzione d'un operaio era di 530 lire giornaliere; altrove superava le 700 lire. A nulla erano valsi gli scioperi; nulla avevano ottenuto zolfatai e contadini con l'esperienza dei Fasci, che, a dire la verità, a Cianciana rappresentò una stagione effimera, essendo stato costituito quel Fascio appena tre mesi prima che Crispi proclamasse lo stato d'assedio.(2)

La loro sorte sembrava segnata ab aeterno e miserevole era la condizione dei carusi che venivano letteralmente comprati dai picconieri, che versavano alle famiglie il cosiddetto soccorso morto.

Quale orribile spettacolo e dramma interiore doveva suscitare la vista delle caruse costrette a far coffe, a trasportare il minerale dalla bastarella ai calcheroni e a stare a contatto con uomini pressoché nudi, che sovente le avviavano al meretricio! (3)

Un mondo, ribadiamo, senza luce, senza speranza di riscatto al quale il Poeta non si rassegnava e che ha ritratto con accenti commossi e sofferti, quasi a voler ribadire, con maggior forza e convinzione, i concetti già espressi da G. De Maupassant che, nel capitolo dedicato alla Sicilia de "La vie errante" del 1890, così scriveva: "…se il diavolo abita un vasto paese sotterraneo, pieno di zolfo in fusione, in cui fa bollire i dannati, è sicuramente in Sicilia che ha eletto il suo misterioso domicilio" e, ancora, "le vallate grigie, gialle, pietrose, recano il marchio della riprovazione divina", per concludere che lo sfruttamento minorile era una delle cose più riprovevoli e penose che si potessero vedere.

Ed ecco allora che la zolfara si configura agli occhi del Di Giovanni come "carnàla -carnaio- no di morti, ma di vivi", dove i minatori "scinninu muti /… ma, doppu, cuminciannu a travagghiari / gridanu, gastimannu a la canina / ca lu stissu Signuri l'abbannuna", mentre nel silenzio "…sempri di ddassutta veni un cantu / ca pari di ddu scuru lu lamentu" (4): "Poviri surfarara sfurtunati,/ comu la notti jornu la faciti"! (5). Così aveva insegnato a cantare ai suoi colleghi di lavoro il poeta estemporaneo Pasquale Alba.

E vanno e vengono "a du a du, o suli, stanchi ed avviliti ,/ ni la muntata spuntanu affannati / ca nun ni ponnu cchiù…/ parinu di la morti accumpagnati" (4).

Lo stesso sole, le stesse erbe, la natura sembrano indifferenti alla loro sorte, a "dda vita 'nfami, dda vita assassina, / comu l'armali…". (4)

Questi i concetti, i pensieri che si evincono dalla lettura dei sonetti della zolfara, stupendi nella loro asciuttezza di linguaggio (6) e nitidezza di immagini, che fanno del Poeta della Valplatani un grande pittore che, tuttavia, va indagato nella molteplicità della sua produzione per esprimere un giudizio pieno sulla sua arte. Ma credo che ormai il Di Giovanni non debba più dimostrare nulla e che tutti i critici siano concordi nel considerarlo, se non il più grande, uno dei maggiori cantori degli umili. Non sta a me togliere o aggiungere: non ne ho l'autorità.

Semmai mi sembra importante spendere due parole sull'intimo dissidio, sulla inconciliabilità della posizione del Di Giovanni, da una parte com-partecipe delle sofferenze degli ultimi, suoi fratelli in Dio e San Francesco, e dall'altra causa - perché "padrone"- di quelle sofferenze e sperequazioni; su come, cioè, poteva restare fedele alla sua posizione di classe un uomo che era cosciente che la dignità dei subalterni va sempre e comunque rispettata.

I giudizi degli studiosi sono a proposito discordanti.

Per Rita Verdirame la zolfara, col suo "silenziu ca t'inchi di tirruri" (4), è osservata dal punto di vista del minatore, "vista con spietata obiettività", al di là, quindi, "d'ogni atteggiamento rivoluzionario o riformistico o conservatore" (7).

Avrebbe dovuto rinunciare alle sue origini, spogliarsi come San Francesco? Per risolvere cosa?

Varrebbe per Di Giovanni quanto è stato scritto del Verga: vede le cose da scrittore e le denuncia. Ai politici - Di Giovanni e Verga non lo erano- il compito di trarre le conclusioni e trovare i rimedi.

Per G. Carlo Marino il coinvolgimento emotivo del Di Giovanni derivava dalla piena e infelice coscienza che il Poeta aveva di quella povera e sofferente umanità. La forte carica di partecipazione emotiva alle sofferenze di quel mondo, lo struggersi per le sofferenze, il com-patire sarebbero stati "uno sforzo di autoliberazione dai condizionamenti e dai vincoli di una formazione intellettuale borghese e da un conservatorismo cui l'ancoravano l'appartenenza di classe, oscillanti nel Di Giovanni tra l'amor populi - cui attingeva per la sua produzione letteraria- e l'ira populi, cui i borghesi guardavano con apprensione dopo i fatti legati alla parentesi fasciante. (8)

"Di Giovanni non era, comunque, un reazionario, semmai un conservatore sui generis, dotato di …vaga sensibilità progressista" (8), un moralista sospeso tra conservatorismo e pathos religioso, di stampo umanitaristico, tra ceto borghese , di cui in definitiva era espressione e da cui ereditava una situazione di fatto - normale per quell'epoca- e com-passione per i derelitti.

Non riuscendo a risolvere questo dualismo, questa dicotomia, al Di Giovanni non restava che la fuga nell'utopia, cioè nella poesia. E mai fuga fu più bella.

Note

1) V. e A. Di Giovanni, Gaetano Di Giovanni, storico e folklorista, Palermo,1929.

2) E. Giannone, Il Fascio dei Lavoratori di Cianciana, Cianciana,1997.

3) Cfr. E. Giannone, Zolfara, inferno dei vivi, Palermo, 1996 e V. Savorini, Le condizioni Economiche e sociali dei lavoratori…, Girgenti,1881.

4) A. Di Giovanni, Sunetti di la surfara, in Voci del Feudo, Palermo, 1938, ristampa del 1997 a cura di S. Di Marco per conto del Comune di Cianciana.

5) P. Alba, L'omu svintutatu ( a cura di E. Giannone), Cianciana, 1977.

6) Cfr. S. Di Marco, Dialetto e poesia nel pensiero e nell'opera di Alessio Di Giovanni, in Alessio Di Giovanni, anima della profonda Sicilia, Atti del Convegno di studi, Cianciana, 1995.

7) Rita Verdirame, La poesia del latifondo in Alessio di Giovanni, in Alessio Di Giovanni e la Poesia siciliana del novecento, Palermo,1988.

8) G. Carlo Marino, Alessio Di Giovanni: un intellettuale, un'anima bella della profonda Sicilia in A. D. G., anima della profonda Sicilia cit.

 
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