IL RAPIMENTO DEL BARONE AGNELLO.
Scritto da Elio Di Bella   
    Anteprima La foto ritrae la grotta, all'interno del Bosco Cavallo di Cianciana, in cui il giovane Agnello era stato tenuto sequestrato. Lo fecero salire su un mulo e loro quattro armati di mitra e incappucciati cappucci comunque non erano tranquilli e discutevano fra loro se per caso non avessero lasciato qualche traccia  in quella fattoria e così ripensavano lungo strada alla loro famigerata impresa. Il giovane incappucciato cercava di capire da quelle discussioni come avevano conosciuto quei briganti   gli spostamenti di suo padre. Segue articolo .... Anteprima
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Il barone Stanislao Agnello, suo padre, ricco possidente agrigentino, era andato quel martedì 18 ottobre 1955, nel pomeriggio, col figlio Francesco Agnello (il giovane sequestrato), in una sua casa a San Giovanni Gemini per discutere di una partita di formaggio per l’ammontare di ben 5 milioni. Era arrivato il barone con la sua Fiat Seicento (guidata da Francesco) nel primo pomeriggio.

Sbrigata quella faccenda e incassati gli assegni, gli Agnello si erano diretti poi in macchina, verso le 14.30, in una fattoria, di loro proprietà, in contrada Savochello, a sei chilometri da San Giovanni Gemini, sullo stradale tra Cammarata e Santo Stefano di Quisquina, nell’agro di Cammarata, a cavallo tra la provincia di Agrigento con quella di Palermo.

Avrebbero trovati ad attenderli il curatolo, suo genero e due contadini. Gli Agnello erano partiti da San Giovanni Gemini verso quella sperduta contrada in compagnia di due amici: il dottore Salvatore Manzo e il commerciante Antonino Cimò, con cui dovevano discutere altre questioni. Ma che dovevano fare tappa anche tra quelle montagne, nel tardo pomeriggio di quel mar-tedì, doveva essere noto anche ad altre persone. Accadde, infatti, che, camuffati da cacciatori, due banditi si erano presentati quel pomeriggio per chiedere ospitalità nella stessa fattoria dove si recavano gli Agnello. I falsi cacciatori – non a caso certamente – erano sopraggiunti nel piazzale della fattoria proprio poco dopo che era arrivata la Seicento con a bordo gli Agnello e loro due amici. Evidentemente stavano aspettando l’arrivo della comitiva.

Il barone stesso appena arrivato si trovò pertanto dinanzi i due cacciatori e quindi accolse la loro richiesta e diede loro ospitalità. Quel bisogno di un riparo non parve strano a nessuno perché quel pomeriggio vi era in effetti nella zona un forte acquazzone e i due cacciatori dissero di essere stati sorpresi dalla pioggia. Stanislao Agnello ordinò pertanto ad uno dei contadini che si trovava nella fattoria di condurre i due avventori in una stanza. Poi Stanislao Agnello e suo figlio si sistemarono con gli amici Manzo e Cimò (e con gli altri che abbiamo già detto si trovavano già nella fattoria) in una altra stanza per discutere, attorno ad una bottiglia vino ed un po’ di pane e formaggio, su alcune questioni che riguardavano la conduzione dell’azienda.

Non passò molto tempo e irruppero nella stanza tre banditi armati di pistola e di un mitra. Ad aprire loro la porta della fattoria erano stati i due falsi cacciatori che poco prima erano entrati nella fattoria e avevano quindi eseguito un preciso piano precedendo i complici. Anche loro subito dopo sopraggiunsero nella stanza a dare man forte agli amici e li aiutarono a dividere gli Agnello dal resto del gruppo. Sgomenti e impietriti, il barone,  suo figlio e gli altri malcapitati tenevano le mani in alto e temevano il peggio. Tutti sul momento pensavano ad una rapina. Invece due banditi portarono gli Agnello in una stanza vicina, ma poi chiusero in tale locale solo il vecchio padre, mentre condussero con loro il giovane Francesco.

Il barone Stanislao cominciò pertanto a battere i pugni sulla porta chiusa e a scongiurarli affinché prendessero lui, piuttosto che il povero Francesco. Con le armi spianate, gli altri tre banditi condussero poi le altre vittime del loro agguato dalla stanza in cui prima si erano radunati in un locale buio, un magazzino.

Minacciavano i prigionieri di fare una strage, se solo si fossero mossi. Subito si allontanarono chiudendoli in tale magazzino. Infine si dedicarono totalmente al povero Francesco: lo afferrarono ancora più decisamente e lo spinsero verso l’uscita della fattoria. Mentre abbandonavano il caseggiato, continuavano a inveire, minacciando tutti di restare chiusi nelle stanze in cui si trovavano, di non tentare di uscire, e di non dare subito l’allarme.

Fuori dalla fattoria, i banditi bendarono il giovane che avevano sequestrato, dopo averlo fatto salire su un mulo. Presero con sé anche una giumenta per non lasciarla eventualmente a disposizione delle loro vittime. (Questi due animali vennero due giorni dopo ritrovati a Cianciana, molto sudati).

Prima di allontanarsi per un impervio viottolo, inoltre tagliarono i copertoni della Seicento degli Agnello, mettendo così la vettura fuori uso. Quattro banditi formarono la comitiva che doveva scortare il giovane sequestrato, un quinto si separò presto da loro e prese per un altro sentiero.

Per oltre mezz’ora Stanislao Agnello e gli altri rimasero chiusi nella casa colonica, impossibilitati a far qualunque cosa. Finalmente le persone che erano rinchiuse nel magazzino, riuscirono ad uscire perché dietro ad alcuni sacchi di concime chimico affastellati ad una parete del magazzino era rimasta nascosta agli occhi dei banditi una feritoia. Passando attraverso di essa giunsero pertanto all’esterno e così liberarono anche il barone Stanislao, che immediata-mente decise di mettersi in cammino a piedi verso Cammarata.

Due ore dopo diede l’allarme e fare iniziare le ricerche dai carabinieri nella speranza di ritrovare presto il figlio. Francesco nel mentre man mano che passava il tempo era sempre più avvilito e preoccupato. Per tre volte cadde dalla groppa del mulo e una volta rischiò di precipitare in un burrone. Dopo cinque ore di cammino, si rese conto che stava superando un fiume e poco dopo la malvagia comitiva dei banditi si fermò.

Avevano   raggiunto il luogo ove avrebbero nascosto il sequestrato: una piccola cavità nella roccia ben nascosta dai cespugli. Il cunicolo scendeva obliquamente nella roccia per circa otto metri e finiva in una pietrosa cavità naturale larga non più di sei metri quadrati. In questa cella venne fatto scendere Francesco. Per cinquanta giorni non avrebbe più rivisto il sole. Il giovane Francesco Agnello aveva allora 24 anni. Era stato strappato al suo pianoforte, ai suoi concerti per i quali a Palermo era straordinaria-mente apprezzato e ai suoi quadri, che solo pochi giorni prima aveva esposto in una mostra ad Agrigento.

Fin dai primi giorni vennero impiegati ben 200 carabinieri del gruppo di Agrigento e di Palermo, che nei giorni successivi arrivarono anche a seicento. Tappa per tappa, anfrattuosità per anfrattuosità, nel dedalo dei viottoli tra impervi sentieri montani e scoscesi dirupi, cercavano ovunque: nei caseggiati di montagna, nei pagliai, nelle stalle, seguendo indizi, orientamenti, intuizioni, perlustrazioni, nel corso di continui pattugliamenti. Tutta la vasta zona montana di Cammarata, Santo Stefano Quisquina, Castronovo di Sicilia, venne “pettinata” per giorni e giorni senza esito.

Lo stato maggiore era acquartierato nella tenenza dei Carabinieri di San Giovanni Gemini. Il dirigente della Squadra Mobile Aldo Tandoj comandava le operazioni di ricerca, insieme al questore di Agrigento Nicola Monteleone, il maggiore dei Carabinieri Renato Candida, il maggiore Eduardo Palombi, il capitano Renato Ricciardi.

Staffette motorizzate si avvicendavano a diramare ordini, a comunicare disposizioni e movimenti di camionette che si spin-gevano verso itinerari ignoti. A Siculiana, nel proprio palazzo, accanto alla Chiesa Madre, con i balconi e le finestre serrate, come facevano le famiglie siciliane in lutto, la famiglia Agnello attendeva notizie.

Tanti fissarono in quei giorni lo sguardo verso quel palazzo. Si spargeranno voci fin nella prima settimana dopo il sequestro di occulti convegni organizzati la sera a seguito dei primi contatti che si sarebbero avuti con i banditi. Ma la famiglia smentì sempre tali congetture. La storia del sequestro, le indagini, il calvario dei familiari vennero seguiti in quei giorni non solo il Sicilia, ma anche nel resto dell’Italia dai maggiori quotidiani e dai settimanali più diffusi. L’opinione pubblica voleva sapere.

Giunsero ad Agrigento decine e decine di giornalisti che venivano spesso assediati nei bar e per le vie dai lettori per sapere le ultime novità sul sequestro. L’attesa diventava, sempre più snervante perché non si aveva nessuna idea di dove i banditi avevano nascosto il giovane e se questi era ancora vivo. Un impenetrabile mistero, un cupo silenzio circondava il sequestro del giovane patrizio. Un fatto cominciò ad orientare le ricerche intorno al paese di Cianciana.

Qui vennero ritrovati quattro giorni dopo il mulo e la giumenta che i banditi avevano sottratto dalla stalla della fattoria di contrada Savochello. Ma il fatto non venne seguito fino in fondo e piuttosto fu ritenuto che i banditi avevano voluto in tal modo sviare le indagini.
Intanto, il primo di novembre il barone Stanislao Agnello da Siculiana si trasferì a Palermo, nella propria casa in via Rosolino Pilo, improvvisamente: i preparativi infatti vennero fatti in fretta e furia. Mentre accadevano tali eventi Francesco Agnello trascorreva altri tristi giorni dentro la sua prigione, dove, oltre l’umidità, non gli veniva risparmiata neppure la presenza dei topi.

Il giovane non conosceva i suoi carcerieri.  Raccontò in alcune interviste che nella prima settimana parlava con loro solo di cibo e che li aveva rimproverati perché si erano permessi di dargli del tu anziché del lei. Gli passarono marmellata, burro, salame, prosciutto, formaggi vari, niente vino però, né caffè. Quando scoprirono che aveva la passione per il disegno gli diedero carta e matita e gli chiesero di disegnare donne nude. Restarono un po’ male quando rispose che non ne sapeva fare.

I malviventi erano nove: erano bendati fino agli occhi o avevano cappucci neri fino al collo. Le giornate passavano l’una dopo l’altra, ognuna più scialba e pesante della precedente. Dormiva su due sacchi di paglia sino almeno alle dieci del mattino. Ogni tanto si alzava per sgranchirsi le gambe e passeggiare in un ambiente di pochissimi metri quadrati. Un giorno chiese a quello che sembrava il loro capo:” perché hai scelto di rapire proprio me ?”. Lui gli rispose con sicurezza:” Quando venivo ad Agrigento col mio cestino con le uova, per venderle a Porta di Ponte, vedevo voscenza che arrivava con la macchina ed entrare al Jolly Hotel. Un giorno ho pensato perché lui ci può andare al Jolly Hotel e io invece no? Allora ho pensato al vostro sequestro”. Sarà proprio questo stesso giovane che condurrà i carabinieri nella prigione di Francesco.

Erano stati approntati diversi nuclei di investi-gatori dalle forze dell’or-dine e uno di questi si trovava a Palermo e seguiva i movimenti che avvenivano intorno alla casa degli Agnello. Alcuni carabinieri erano nascosti proprio di fronte a quel palazzo dove si trovava una chiesa metodista e c’erano attrezzati con macchine fotografiche e macchine da presa per potei ritrarre i volti di quelli che entravano e uscivano di casa Agnello.

In qualche modo riuscirono ad intercettare una lettera che i sequestratori avevano fatto avere al barone. Si tarlava di un appuntamento lungo lo stradale santo Stefano di Quisquina – Raffadali. Dopo tre giorni di appostamenti, i Carabinieri videro che: “all’imbrunire del 27 novembre una Fiat 300, con la bandierina verde che sporgeva dal cofano, incrociò una Fiat 1100 targata Palermo. Le auto si fermarono e dalla Fiat 1100 scese un giovane di statura piuttosto alta, che prese a discutere con il  rappresentante della famiglia Agnello” che attendeva dentro la fiat Seicento.

Non fu difficile sapere che l’auto era stata presa a noleggio da un giovane di Cianciana di nome Giuseppe Di Maria. Il 7 dicembre il maresciallo di Cianciana convocò Di Maria e venne interrogato per diverse ore dal maggiore Renato Candida, in servizio ad Agrigento e dal mare-sciallo Pinzino, della legione di Palermo. Verso la fine della giornata, Di Maria crollò e fece pure i nomi degli altri manigoldi dei paesi in cui abitavano. Nella notte con una retata tutti gli altri componenti la banda vennero catturati nelle loro case. Di Maria disse inoltre che il baroncino Francesco si trovava in una grotta in contrada Cutugno,(ex feudo Cavallo, posto a cavallo tra il territorio di Cianciana, Cattolica Eraclea e Raffadali) custodito in quel momento da un complice armato di pistola.

Lo stesso Di Maria alle quattro del mattino dell’otto dicembre si mise in marcia con alcuni sottufficiali e carabinieri verso contrada Cutugno. Ci vollero due ore di cammino per giungere sul posto. Di Maria chiamò : “Castelli! Castelli! Vieni che ti do il cambio”. Dall’antro, carponi, sbucò un essere minuto e sgraziato e appena vide i militari buttò la pistola e disse: “Sono sequestrato anch’io”. “Pezzo di cornuto”, gli disse    il maresciallo

Pinzino mentre lo afferrava e lo buttava in braccio a due carabinieri. Sul momento quel vociare sembrò al povero Francesco il solito concitato scambio di battute che  avveniva  ad ogni cambio di guardia. Poi però si sentì chiamare per nome e distinse che qualcuno gli chiedeva di uscire. “Un minuto”- gridò il giovane – che mi metto le scarpe”. “Ma che scarpe”, gli risposero, “vieni fuori, subito”. Francesco fece in fretta e appena fuori si trovò dinanzi ad uno sconosciuto che imbracciava con il mitra. Pensò di essere caduto dalla padella alla brace. Gli ci volle comunque poco per capire che quelli erano invece i suoi salvatori.

Alle prime ore della mattinata il colonnello Impellizzeri, comandante la Legione di Palermo, si recava in casa degli Agnello per comunicare ufficialmente che il loro figliolo era stato liberato e i suoi sequestratori assicurati alla giustizia. ” E’ un miracolo della Madonna !”, esclamò la madre. Ricorreva quel giorno la festa dell’Immacolata Concezione.

In verità la mamma di Francesco, aveva già ricevuto una telefonata da Agrigento dalla nipote Elena Agnello che aveva saputo per prima dal comando dei Carabinieri la notizia della liberazione del baronello. Francesco si trovava già nella caserma dei Carabinieri di Agrigento, dove riceveva le più cordiali attenzioni.

Il giovane appariva dimagrito, ma in discrete condizioni. Il Giornale di Sicilia quel giorno uscì in edizione straordinaria. Gli Agrigentini a centinaia accorsero dinanzi la caserma dei carabinieri per rallegrarsi con il giovane appena liberato. A Francesco fu permesso affacciarsi dal balcone della caserma e salutare gli amici e la fola che si era adunata e che appena lo vide lo applaudì lungamente. Al pontificale in occasione della festa mariana, il Vescovo ringraziò la Madonna per il miracolo e la gente alla processione della sera non fece che ripetere che “La Madonna, nel giorno della sua festa ha fatto il miracolo”. Per Francesco davvero miracolosa fu quella notte trascorsa finalmente sul candido letto di casa, dopo 52 notti passate sopra un pagliericcio in una umida spelonca.
 
di Elio Di Bella
Agrigento 1955